10 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

8 Gen, 2026

Referendum e separazione carriere, perché la sinistra riformista vota Sì

Perché una parte della sinistra riformista vota Sì al referendum sulla separazione delle carriere: Costituzione, garantismo, riformismo e ruolo delle minoranze


Provo a riassumere le tesi centrali a cui si ispira la Sinistra che vota Sì in vista dell’appuntamento promosso per lunedì a Firenze da Libertà Eguale.

La prima tesi è la seguente: va difesa e affermata la funzione che la Costituzione vigente prevede per i referendum. Si tratta di un correttivo di democrazia diretta a una democrazia che resta essenzialmente rappresentativa. Di conseguenza di un’occasione offerta ai cittadini di correggere. Se lo credono giusto e opportuno nel merito specifico, l’orientamento del proprio partito di riferimento che votano alle elezioni politiche.

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Il grande costituzionalista francese Georges Burdeau lo scriveva puntualmente già nel 1932 a favore dell’introduzione dello strumento referendario.

“Una legge in se stessa non rappresenta niente se la si considera isolata dal programma di cui non è che una parte e quindi può darsi che, al momento di dare il suo voto, l’elettore sacrifichi una riforma che pur gli sta a cuore alla dottrina del partito che esige tale sacrificio”. Poi Burdeau aggiungeva:

“Ma se la legge torna separatamente davanti al voto popolare l’atteggiamento dei cittadini nei suoi confronti cambierà. Può accadere senza dubbio che l’iniziativa del referendum risalga ad una manovra dell’opposizione o del governo stesso che la susciti nel popolo, ma la lotta di cui esso dà luogo non si svolgerà sullo stesso terreno di una campagna elettorale. Il raggruppamento dei partiti (…) si effettuerà in maniera diversa”.

Ciò vale ancor più per i referendum costituzionali. Le parole che si introducono nella Costituzione sono destinate ragionevolmente a superare gli attuali Governi e opposizioni, ad avere effetti di lunga durata. Non ha quindi senso votare sulla base di logiche di beve periodo, di equilibri momentanei. La Costituzione e le sue riforme vanno prese molto più sul serio rispetto ad affidarsi a polemiche ed equilibri contingenti.

Separazione delle carriere e processo accusatorio

La seconda tesi è la seguente. La separazione delle carriere è il complemento necessario della introduzione del moderno processo accusatorio, più rispettoso dei diritti dei cittadini rispetto al vecchio processo inquisitorio. Tipico di Stati non liberaldemocratici in cui l’etica si identificava con lo Stato e coi suoi rappresentanti (giudici e pubblici ministeri), mentre si doveva ammettere come male minore la presenza di un avvocato.

L’espressione “cultura della giurisdizione” che dovrebbe unificare accusa e giudici è una costruzione ideologica risalente a quel processo inquisitorio, che fa dipendere il cittadino da generiche costruzioni culturali, mentre esso, specie il più debole, va invece garantito dalla separazione, dal fatto che un potere, quello che giudica, possa bloccare l’altro, quello che accusa.

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Per cui o quella espressione datata, la “cultura della giurisdizione”, va abbandonata o va reinterpretata in modo diverso, come comune condivisione de valori e principi costituzionali nel rispetto delle distinzioni dei ruoli. Quindi una cultura comune a tutti: al giudice che giudica, all’avvocato dell’accusa e a quello della difesa. L’accusa è parte pubblica, ma anche la difesa, pur privata, risponde a un’esigenza pubblica di equilibrio nella competizione.

Non è un problema di buone intenzioni o di generica cultura, è una questione di istituzioni separate che equilibrano il potere, ovvero, come indicava Montesquieu.

“Affinché non si possa abusare del potere, bisogna che per la disposizione delle cose, il potere freni il potere”.

Questo modello, per essere coerente, non può che tradursi in una separazione che parte dall’alto, dall’organo amministrativo, il Csm, che va diviso in due.

Contro il benaltrismo riformista

La terza tesi è questa: il riformismo aborre il benaltrismo. Quando si presenta una proposta parziale di riforma è cattiva politica sfuggire dicendo che i problemi sono ben altri. Il referendum Berlinguer contro Carniti del 1985 toccava quattro punti di scala mobile, il No non portava di per sé a un disegno organico, ma il suo successo determinò effetti più che rilevanti sulla politica dei redditi e sul superamento del consociativismo.

Ancor più questo vale per le riforme costituzionali, che di norma non fanno direttamente le cose ma fanno sì che esse diventino possibili. Con una separazione netta si recide la dipendenza dei giudici dai pubblici ministeri nelle fasi delle indagini preliminari, quelle del processo mediatico che distrugge le persone senza essere poi compensate da un’assoluzione finale. Si rende possibile che gip e gup smentiscano i pubblici ministeri.

Le radici riformiste del Sì

La quarta è la seguente: la scelta per il Sì di sinistra è quella più coerente con le culture politiche progressiste del Paese, il No è una deviazione per ragioni non legate al merito ma a contrapposizioni politicistiche e a dinamiche interne alle opposizioni di subalternità al M5s.

La riforma Vassalli trovò infatti, a fine anni Ottanta, il consenso delle principali forze popolari e solo lo sfarinamento del sistema dei partiti alla fine della legislatura 1987-1992 impedì la riforma elettorale conseguente. In quella breve 1992-1994 era previsto che fosse adottata dalla Commissione De Mita-Jotti che però fu travolta insieme alla legislatura. Quella breve anch’essa successiva 1994-1996 non ebbe tempo di istruire riforme costituzionali. Nel 1996-2001 c’era una maggioranza per votarla nella Commissione D’Alema. Anche con ampi consensi nella coalizione del centrosinistra che governava (varie aree del Pds-Ds, il Ppi, i Verdi, i Socialisti).

La Commissione venne meno anche a causa della polemica tra Berlusconi e i pubblici ministeri di Milano. Ma venne varata poi in modo consensuale la riforma dell’articolo 111 della Costituzione. Parla di “giudice terzo” nell’intento evidente e niente affatto nascosto o negato Di completarlo poi con la separazione una volta passato quel conflitto.

Fin qui può sembrare forse preistoria, anche se si tratta delle radici dell’Ulivo e del Partito democratico, ma come negare che ancora nel 2019 la separazione figurasse come punto qualificante nella mozione del segretario uscente Martina? E che addirittura nel 2022, per le ultime elezioni politiche, la Corte disciplinare figurasse nel programma del Pd di Enrico Letta con queste parole molto nette.

«Proponiamo di istituire con legge di revisione costituzionale un’Alta Corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate»?

Il valore di lievito delle minoranze

Quinta tesi. Il valore di lievito delle minoranze. In presenza di un orientamento per il No di una parte, sulla carta prevalente, delle opposizioni (Pd, M5s, Avs), ci viene chiesto quale ruolo pensi di giocare la Sinistra del Sì (Libertà Eguale, Più Europa, Psi, una larga maggioranza di Italia Viva).

La risposta è semplice. Questo Sì di merito, nel solco delle tradizioni delle culture riformiste, può essere un elemento decisivo della vittoria del Sì, così come svolsero un ruolo di lievito i cattolici del No al referendum sul divorzio nel 1974 o i riformisti di sinistra che votarono No nel referendum di Berlinguer contro Carniti del 1985. In attesa di ricomporsi contro il centro-destra nelle elezioni politiche del 2027.

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