A Caracas il primo passo della strategia di Marco Rubio per ripulire l’America Latina dai regimi anti-americani
Il Venezuela è al dopo Maduro. Le dichiarazioni di sottomissione della sua vice, Delcy Rodríguez, danno questa idea, ma nulla è scontato. Del resto lo Stato sudamericano è già passato da una democrazia relativamente stabile a un’autocrazia repressiva con tratti criminali. Prima di Chavez aveva una sostanziale alternanza tra socialdemocratici (Acción Democrática) e democristiani (Copei), era una potenza petrolifera, senza guerriglie importanti, con una classe media, pur con i problemi tipici di paesi in trasformazione. Fasce di povertà, corruzione diffusa, fragilità dei governi. Nonostante questo, era una democrazia aperta dove trovavano accoglienza esuli politici e immigrati.
Dal chavismo alla crisi del 2024
Alla fine del XX secolo, il populismo demagogico e carismatico di Hugo Chávez, il Socialismo del XXI secolo, ispirato da Fidel Castro, distrusse la democrazia attraverso la politicizzazione dello Stato; la costruzione di un partito dominante; il controllo delle materie prime e dei media; la repressione di massa; una rete globale di relazioni politiche; un efficace populismo sociale. Nonostante questo, dopo una serie di disastri umanitari, sotto il successore Maduro,si giunse alla grande crisi del 2024: elezioni libere, vittoria dell’opposizione, reazione autoritaria del regime. Il collasso del Paese si combinò poi con l’elezione di Trump e una nuova dottrina statunitense, l’offensiva nordamericana di settembre contro narcos e flotta fantasma venezuelana, l’escalation conclusa con il blitz su Caracas e l’arresto di Maduro.
L’operazione ha rimesso tutto in movimento: il regime chavista e gli attori armati, Cuba e gli alleati, l’opposizione e l’esilio venezuelano; Marco Rubio e Donald Trump.
La cupola del regime
Partiamo dal regime: conserva la sua cupola, con Delcy Rodríguez, vicepresidente, che controlla la PDVSA, la compagnia petrolifera politicizzata e militarizzata. Chávez licenziò migliaia di tecnici non organici al regime; si è sgretolata sul terreno dell’efficienza, ma era il centro di relazioni internazionali del regime, faceva affari con Russia, Iran e Cina, con un movimento, solo lo scorso anno, di oltre 400 navi. Il fratello Jorge Rodríguez controlla l’Asamblea Nacional. Il ministro dell’interno Vladimiro Padrino López ha epurato l’esercito. A lui è imputata l’uccisione di Oscar Pérez, il super poliziotto che si era opposto al regime: il grande simbolo della resistenza venezuelana. Poi c’è il Procuratore generale, Tarek William Saab, autore del mandato di cattura per il vincitore delle elezioni presidenziali del 2024 (è chiave delle relazioni con i terroristi islamici).
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Diosdado Cabello, ministro dell’interno, controlla il famigerato SEBIN (Servicio Bolivariano de Inteligencia), il sistema penitenziario, la polizia nazionale. Gestisce gli ostaggi (tra questi c’è l’italiano Trentini), con gli oltre 800 prigionieri politici necessari a garantirsi in una eventuale trattativa disperata. Molti sono all’Helicoide, il centro di tortura del regime. Cabello è ricercato dalla giustizia internazionale: è considerato il vero capo del Cartel de Los Soles, la struttura “istituzionale” che unisce militari, politici e boss della droga. Il gruppo è in tilt da quando Hugo “El Pollo” Carvajal, ex capo dell’intelligence di Chávez, arrestato negli USA, ha deciso di confessare tutte le reti di narcotraffico del governo venezuelano.
Un cupola isolata e odiata
I fratelli Rodríguez, Cabello, Padrino López, Saab affrontano una sfida imponente. Sono odiati in patria e soprattutto dai milioni di esuli; torture, uccisioni arbitrarie e violenze di ogni tipo sono documentate, e sono tutti sotto accusa della giustizia internazionale per narcotraffico e relazioni con terroristi. La riunione silenziosa della Rodríguez con la cupola chavista e la dichiarazione sottomessa di ieri sono la testimonianza della loro fragilità. Non possono però scaricare il blocco affaristico-militare cleptocratico, la cosiddetta boligorguesía, che ha raggiunto livelli mai visti di potere e ricchezza.
Le forze armate e i gruppi irregolari
Infatti, ci sono gli attori armati, il secondo protagonista in campo. L’esercito venezuelano ha poco più di centomila uomini, con un numero spaventoso di ufficiali e armi vecchie. Ci sono poi almeno 200.000 miliziani (la Milicia Bolivariana) e, più pericolosi, la FBL (Fuerza Bolivariana de Liberación) e i Colectivos, paramilitari responsabili delle uccisioni durante le manifestazioni di protesta. Imponente è la costellazione politico-criminale.
Innanzitutto, il Tren de Aragua, il grande cartello criminale del continente, con cui Maduro fece un accordo nel 2013; le PRAN e le Megabandas, strutture mafiose che gestiscono le carceri e il territorio: insieme trafficano droga, armi, minerali, persone e l’emigrazione clandestina.
Sono poi presenti Hezbollah, i Pasdaran iraniani e avevano un ruolo i mercenari russi di Wagner (ora in ritirata). I più potenti sono però le narco-guerriglie marxiste colombiane, con cui prima Chávez e poi Maduro hanno un accordo strettissimo: le ELN e quello che resta delle FARC hanno strutture armate, capacità operative, centralità del traffico di droga, controllano interi pezzi di territorio venezuelano.
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L’ombra di cuba e il declino degli alleati
Pertanto, è impensabile una transizione alla democrazia senza l’esercito regolare (ed aiuti esterni importanti), visto che il chavismo ha trasformato un Paese pacifico nel luogo di maggiore concentrazione di gruppi armati di tutta l’America. Protagonista fondamentale ne era stato Fidel Castro. La vera invasione, in Venezuela, è stata cubana. Chávez e Maduro sono arrivati a inviare nell’isola fino a oltre 100.000 barili di petrolio al giorno (si calcola il 22% del PIL dell’isola).
I cubani hanno invece diretto il servizio di intelligence, il controllo dei comandi militari, la scorta e il controllo dei leader (come si è visto erano loro a seguire Maduro), la co-partecipazione alle scelte decisive (come la sostituzione di Chávez). Maduro era considerato a tutti gli effetti l’uomo di Castro. Il segretario generale dell’OEA, Luis Almagro, nel 2019 calcolò la presenza di almeno 22.000 uomini dell’Avana in posizioni strategiche militari, istituzionali, sociali e di consulenza politica.
Un continente che cambia
Cuba ha spinto Maduro alla resistenza ad oltranza, ma ora è infinitamente più fragile e spaventata. Inoltre, il presidente colombiano Petro, vecchio alleato di Maduro, è al centro, anche lui, di innumerevoli accuse per relazioni con narcotrafficanti e guerriglia (il figlio è in carcere per questo). Nei prossimi mesi perderà probabilmente presidenza e parlamento.
Gli altri principali alleati, Iran e Russia, impegnati in disastrose guerre imperiali, hanno perso completamente influenza strategica globale. Lo stesso, in realtà, vale per l’America Latina e questo ci porta sull’altro campo di analisi, i nemici del regime. Nell’ultimo biennio sono stati eletti ben 10 presidenti liberali o di destra, dall’Argentina al Cile, dall’Ecuador al Salvador, tutti determinati a porre fine alla minaccia chavista. Quelli di sinistra, come Lula, protestano, ma senza esagerare o esporsi troppo.
L’America Latina contro il regime
Questi nuovi leader sono tutti con l’opposizione venezuelana, una complicata costellazione di gruppi e partiti. A lungo era stata limitata dalle divisioni interne, dalla scarsa capacità di ottenere attenzione internazionale, dall’impossibilità di difendersi dagli assalti del regime. Invece, dopo la drammatica repressione del 2019, ha reagito. L’opposizione ha costruito una solida alleanza tra partiti che vanno dalla destra all’Internazionale socialista; ha cementato una solidarietà tra classi medie e ceti popolari; ha proposto un programma per la lotta democratica; più di ogni cosa, ha offerto la speranza di una vittoria possibile, di cui María Corina Machado è stato il simbolo unificante.
Il ruolo decisivo degli stati uniti
Il maggiore successo, nonostante leader in esilio, in carcere o clandestinità, è stata la capacità di una impressionante organizzazione civile, pacifica e di base, che le ha consentito di stravincere le elezioni del 2024, sancendo una base legale di una potenziale transizione democratica. Di fatto, Maduro è stato riconosciuto solo da autocrati e dittatori. L’opposizione ha trovato linfa in quella immensa emigrazione forzata determinata dal regime chavista.
Secondo l’Observatorio por la Diaspora, si tratta di oltre nove milioni di persone, tra cui due milioni di giovani. Una massa compattamente anti-chavista, che ha vissuto come una rivincita il Nobel alla Machado. Ieri la fine di Maduro è stata da loro celebrata con 130 manifestazioni in 30 nazioni diverse.
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Rubio e la strategia emisferica
L’emigrazione, pur offrendo una contronarrazione importante, soprattutto alla lettura banalizzante e spesso misera di un certo establishment mediatico-accademico, non ha però una forza condizionante. Soprattutto, l’insieme dei partiti, dopo l’ultima grande repressione del 2024, ha dovuto prendere atto che, senza una neutralizzazione della forza militare, ogni mobilitazione era condannata all’insuccesso e alla tragedia.
Ancora oggi è questo il grande limite dei partiti e del presidente eletto Edmundo Urrutia: l’impossibilità di controllare attori armati e apparati, quindi di gestire una qualsiasi transizione. L’attore decisivo, infatti, è sceso in campo solo a settembre, attraverso il duplice volto di Marco Rubio e Donald Trump.
Il segretario di Stato sta realizzando l’agenda che propone da sempre. A suo avviso, l’America Latina è il principale fronte degli USA, ci sono due nemici fondamentali da affrontare: i regimi comunisti e i cartelli del narcotraffico, partendo dall’asse centrale, il Venezuela. In questo modo si garantisce sicurezza, primato politico e magari democrazia.
Per poi arrivare a Cuba, obiettivo storico della sua politica. Rubio ha costruito reti influenti, spesso trasversali ai partiti, ma a differenza del vicepresidente Vance, mantiene un rapporto stretto con il vecchio apparato repubblicano. Inoltre, è al centro di quell’elettorato latino che ha sostenuto Trump e odia le tre dittature di Cuba, Venezuela e Nicaragua.
Trump, forza e leadership
Negli USA sono arrivati un milione di venezuelani, ci sono due milioni e mezzo di cubano-statunitensi e un milione di emigrati, un altro milione dal Nicaragua; spingono su questa linea.
Il loro simbolo e leader è Donald Trump. Ha inaugurato una presidenza marcata da un populismo autoritario, affermando che chiunque violi gli interessi americani sarà spazzato via. L’operazione in Venezuela gli consente di contestare radicalmente quella che considera la debolezza (o l’inutilità) dei suoi predecessori. Inoltre, sostenuto da una larga alleanza della destra e dei liberali latini, può rivendicare di ascoltare il suo elettorato come garante e protettore. Così come coloro che chiedono lotta spietata alla droga, all’emigrazione clandestina e primato americano.
Un futuro ancora incerto
Per ora Trump ha vinto. La reazione degli alleati di Maduro, Cina, Russia e Iran, è stata praticamente insignificante sul terreno concreto. Ai competitori nel mondo, afferma il principio della leadership americana nei continenti e a livello globale; allo stesso tempo, impone il principio brutale della forza nelle relazioni internazionali e negli interessi del suo governo. Trump dice di assumere la responsabilità di questo passaggio; la cupola chavista lo teme ed è isolata (e ha paura di perdere tutto), ma l’opposizione è disarmata (e non ha strumenti per condizionare Trump). Inoltre, in tanti, dai russi agli iraniani, dai narcos ai guerriglieri, passando per attori economici e politici, vogliono che salti qualsiasi accordo e magari scoppi il caos.
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Il grande tema, quindi, è la eventuale compatibilità tra la visione emisferica di Trump, magari mediata da Rubio, basata sul controllo di risorse e vantaggi commerciali, e l’obiettivo di una transizione verso la democrazia del Venezuela, salvando un popolo che ha conosciuto una brutale dittatura, nel silenzio e nell’isolamento generale. A partire da quei commentatori che, scatenatisi il 3 gennaio, mai avevano avuto una parola per il dolore di milioni di venezuelani.


















