8 Gennaio 2026

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6 Gen, 2026

Abdolmohammadi: «Le piazze di Teheran chiedono libertà»

Pejman Abdolmohammadi, esperto di medio oriente e di Iran, sui giovani che contestano il regime degli ayatollah: «Chiedono libertà e laicità»


«C’è una profonda saldatura politica ed ideologica tra l’islamismo politico radicale e il marxismo. Questo spiega anche perché i nostri pro-pal siano così tiepidi rispetto alle piazze iraniane, che non chiedono nient’altro che libertà e laicità».

Così Pejman Abdolmohammadi, docente di storia e politiche del Medio Oriente a Trento e visiting professor a Berkeley, mette in relazione le piazze di Teheran ad altri grandi temi internazionali, compresa la questione venezuelana. Del ruolo dirimente della partita mediorientale si è recentemente occupato in Il nuovo Medio Oriente. Potere, Diplomazia e Realismo, libro divulgativo ma che non rinuncia al rigore storico e illustra la centralità del Medio Oriente nella costruzione del nuovo ordine mondiale.

Professore, qual è la ragione profonda delle proteste in Iran?

«Sono proteste patriottiche fatte in nome della libertà, della democrazia e della laicità. Poi c’è un fattore economico: ma quelle a cui assistiamo non sono certo proteste fatte solo per il carovita. Questo è un primo punto».

Poi?

«Poi va sottolineato che sono proteste ampie, che vedono coinvolte circa 110 città, da nord a sud e da est a ovest, sono trasversali a tutte le classi sociali, rientrano nei movimenti di piazza pro-libertà degli ultimi 25 anni. L’elemento distintivo è la compattezza: sono proteste ben organizzate e con una leadership riconosciuta e acclamata in tutte le città, quella del figlio dello scià».

Quindi le piazze ambiscono a restaurare la dinastia dello scià di Persia?

«Reza Pahlavi viene visto come traghettatore verso il cambiamento. Le piazze sono intelligenti, hanno capito che devono indicare una figura specifica. Pahlavismo vuol dire sostanzialmente tre cose: laicità, modernità e libertà culturale. Certo, durante il regime dello scià non c’era una piena libertà politica, ma c’era piena libertà sociale e culturale. Ovviamente questo richiamo allo scià non piace alla sinistra mondiale, ma la piazza iraniana ha spiazzato per un’altra volta gli islamo-marxisti di tutto il mondo».

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Quando parla di islamo-marxisti c’entra qualcosa il fatto che il regime degli ayatollah abbia dato la sua solidarietà a Maduro?

«E’ una saldatura politico-ideologica che include tutta la rete dell’islam politico globale, connessa alla rete comunista-marxista. Non è niente di nuovo, è un paradigma che nasce negli anni ’60 e si è rafforzato sempre di più. Da un lato abbiamo paesi come la Bolivia e il Venezuela, dall’altro il mondo dell’islam politico».

Cosa hanno in comune queste realtà?

«Un certo ideale di giustizia sociale, l’anti-imperialismo, l’anti-americanismo. La storia dimostra che quello che dei due vince finisce per fagocitare l’altro. Sono due grandi ideologie che spesso hanno portato autoritarismo e totalitarismo. Ma questa alleanza tra islam politico e marxismo spiega anche perché i nostri pro-Pal europei sono così poco sensibili rispetto alla protesta iraniana, che è una protesta liberale e non ha niente a che vedere con l’ideologia marxista o islamista. Questo, dall’altro lato, rende il nuovo Iran un prezioso alleato delle democrazie liberali occidentali».

Un intervento americano in Iran simile a quello in Venezuela è possibile, probabile o auspicabile?

«È possibile, probabile e auspicabile che gli Usa garantiscano un’alleanza di ferro al popolo iraniano, con sostegno logistico e geopolitico. Chiaramente non è auspicabile che si instauri un sistema di ingerenza militare».

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E un intervento russo in difesa della repubblica islamica?

«Dipende se c’è un accordo tra Usa e Russia e se dentro questo accordo è contemplato anche l’Iran. Se invece un accordo non c’è, allora è possibile che i russi tentino un colpo di stato cercando di anticipare gli Usa. In ogni caso la Russia ha molto da perdere con un nuovo Iran democratico, quindi cercherà di essere più presente di quanto non sia stata in Venezuela. Per queste ragioni la partita iraniana è il “turning point” del nuovo ordine mondiale».

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