Carlo Fusaro, Stefano Ceccanti, Ferdinando Adornato e Gaetano Quagliariello commentano il discorso di fine anno del presidente Sergio Mattarella e indicano la strada per il necessario rinnovamento delle istituzioni italiane
«L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi», ha detto Sergio Mattarella nel messaggio di fine anno. Un messaggio fondato su diversi richiami alla storia nazionale che ha ricevuto un’accoglienza positiva dalla grande maggioranza dei partiti. Ma, si sa, anche la lettura della storia è un atto politico che va interpretato.
Contro i populismi
«A me sembra che il messaggio di Mattarella sia un discorso “contro Bartali”: non è vero che “l’è tutto da rifare” e che tutto è sbagliato nella storia repubblicana. È un messaggio contro i populismi autodistruttivi di ogni tipo che finisce infatti con un appello ai giovani a darsi da fare», spiega Carlo Fusaro, docente di diritto pubblico nelle università di Pisa e Firenze, già deputato repubblicano e autore con Guido Crainz del volume “Aggiornare la Costituzione. Storia e ragioni di una riforma”, che nel 2016 analizzò e sostenne la riforma costituzionale Renzi-Boschi.
No all’antipolitica
Sulla stessa linea è Ferdinando Adornato, in passato fondatore di Alleanza Democratica e direttore di Liberal e più volte parlamentare nelle file del centrodestra, che precisa: «L’ho letto come un fortissimo attacco all’autoflagellazione della nostra storia imposto dall’antipolitica, che negli ultimi 30 anni ha letto la storia italiana come corruzione, illegalità, complotti e stragi di stato. Una serie di forze oscure in agguato contro la democrazia con Mani Pulite che diventa strumento di vendetta. Invece Mattarella dice che la nostra è una grande storia di democrazia. Non posso certo dire che ci abbia detto di votare sì al referendum sulla giustizia – cosa che non rientra tra i suoi compiti – ma ci siamo quasi».
La rivalutazione del centrismo
Ciò che colpisce Gaetano Quagliariello, presidente della Fondazione Magna Carta, già ministro per le riforme istituzionali nel governo Letta, a lungo parlamentare nelle file del centrodestra, è che «la gran parte dei richiami fanno riferimento al periodo del Centrismo, periodo assai poco considerato se non vilipeso, ma che, grazie a riforme come il piano caso e la riforma agraria, ha messo le fondamenta di questa storia di successo: il boom economico è stata forse la più grande rivoluzione che l’Italia abbia mai vissuto. Un paese contadino che diventa un paese moderno».
Il metodo
Ma dalla ricostruzione del presidente della Repubblica arriva anche un “magistero” sul “metodo”. Lo spiega Stefano Ceccanti, docente di Diritto pubblico imparato alla Sapienza di Roma, ex parlamentare del Pd: «Mattarella ci ricorda che il referendum istituzionale per scegliere tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’assemblea costituente si tennero esattamente lo stesso giorno, il 2 giugno 1946. Così la divisione su repubblica e monarchia non si riverbera sulla Costituzione. I partiti di allora erano divisi sulle scelte politiche, ma si mettevano d’accordo sulla Costituzione. I partiti di oggi approvano il discorso del presidente ma fanno il contrario: litigano sulla Costituzione tanto quanto sulle politiche normali».
La seconda Repubblica
L’Altravoce è stato forse l’unico giornale italiano a rilevare, nell’editoriale di ieri di Percival Bartlebooth, la totale assenza di richiami storici alla cosiddetta “Seconda Repubblica”. Come si spiega? «La Seconda Repubblica – assicura Gaetano Quagliariello – ha perso il suo appuntamento con la riforma: è una categoria storica, non una categoria giuspubblicistica. Ma il nuovo appuntamento con le riforme si colloca in un contesto molto differente. il problema della generazione cui lasciamo il testimone è come preservare il valore dell’umano di fronte alle trasformazioni della tecnica. Ricordiamo che in Romania le elezioni del presidente della repubblica sono state sospese perché falsate dalle fake news: alle istituzioni tocca il compito di creare un quadro di garanzie nell’era del digitale».
Rinnovare le istituzioni
Secondo Carlo Fusaro, «molto meno di Giorgio Napolitano, ma anche Mattarella è convinto che il rinnovamento delle istituzioni avrebbe dovuto essere perseguito fino al successo. Credo che anche lui consideri un danno per il paese il fatto che questo non sia avvenuto come viceversa accadde nel ’46 grazie al referendum istituzionale e all’estensione del diritto di voto alle donne. Lui non può che auspicare riforme condivise: del resto, al di là delle ricostruzioni, il Presidente è l’unica funzione che rappresenta l’unità nazionale».
Le cesure nella storia nazionale
Ferdinando Adornato è secco: «Per me la “Seconda Repubblica” è un’invenzione giornalistica, ecco perché bisogna fare riferimento alla Prima». Poi chiarisce: “La rottura della storia repubblicana avviene per via dell’usura di tre assetti. Innanzitutto, il parlamentarismo, divenuto insufficiente rispetto al deficit di decisione degli apparati governativi. Il congresso socialista del 78 che propone la riforma dello Stato, la proposta di Mario Segni di modificare le legge elettorale, le commissioni bicamerali che hanno visto l’impegno dei leader politici più rilevanti non sono un capriccio. Ce ne dimentichiamo tutti perché ci siamo rassegnati. Poi c’è il centralismo statale: si fa un gran rumore sulla riforma delle autonomie, ma la sinistra aveva già modificato il Titolo V non per caso. Infine, occorre risanare il rapporto tra giustizia e politica perché Mani pulite, ben al di là delle responsabilità personali, è diventato un processo alla democrazia italiana che ha portato alla scomparsa di tutti i partiti della Prima Repubblica, caso unico nei paesi democratici». Dunque? «L’Italia – continua Adornato – ha vissuto una stagione rivoluzionaria, anche se poi non c’è stata nessuna rivoluzione. Servono riforme ma c’è una malattia: l’eterna guerra virtuale tra fascisti e comunisti che impedisce di trovare intese bipartisan».
Lo sforzo pedagogico
Sul punto ritorna Stefano Ceccanti: «A causa della frattura provocata dalla Guerra Fredda si rompe il governo del Cln con l’uscita di socialisti e comunisti, ma proprio in quel momento c’è il radicamento della Costituzione mentre, nel tempo, le scelte di fondo europea e atlantica diventano condivise da tutti. Sono quelle le basi che favoriscono l’attuale democrazia dell’alternanza che però è vissuta come uno scontro tra posizioni estreme su tutto. Viceversa, le forze politiche attuali sono molto più vicine rispetto a quelle post 1947 che erano divise sull’adesione alla Nato. Anche per questo si comprende lo sforzo pedagogico di Mattarella».
La polarizzazione
In effetti, benché le riforme sul tappeto siano diverse, su tutte regna la polarizzazione estrema. Dice Fusaro: «Il guaio è che siamo nel mondo di Trump: la politica è tornata a farsi contrasto feroce. Ma il fatto che il governo non ha precipitato le cose per fissare già a dicembre la data del referendum mi fa pensare che un po’ di distensione possa essere possibile. Sulla legge elettorale – come fu per la Calderoli accettata dal centrosinistra – è possibile che ci siano critiche ma non un’opposizione vera. Dubito che ci sia una forza politica che si assuma la responsabilità di avere un sistema non decisivo. Inoltre, se vince trionfalmente il referendum sulla giustizia ci potrebbe essere la tentazione di raddoppiare subito: riforma più legge elettorale».
La riforma della giustizia
Anche Quagliariello riconosce nel referendum sulla giustizia un volano cruciale per le riforme: «Indipendentemente dal valore della riforma, se passa la separazione delle carriere ci potranno essere altre riforme; in caso contrario il discorso si chiude per molto tempo e diventa difficile pure modificare la legge elettorale».
Le barricate del centrosinistra
Stefano Ceccanti critica le barricate dell’opposizione. «Le norme sull’autonomia dovevano rappresentare l’applicazione della riforma del 2001 del centrosinistra ma si è trasformata in una guerra di religione. Lo stesso è successo con il premierato: poteva essere un terreno comune visto che il centrosinistra l’aveva già immaginato fin dalla Tesi n.1 dell’Ulivo del 1996. La separazione delle carriere è la conseguenza scontata della riforma Vassalli degli anni ’80 e dell’introduzione del giusto processo in Costituzione nel 1999. L’attuale legge elettorale rischia di portare al pareggio, ma le due leader dicono no a governi eterogenei e a governi tecnici: dunque non possono che volere una legge che definisca un vincitore altrimenti si finirebbe per votare a ripetizione. Quindi, nel rispetto della giurisprudenza della Corte costituzionale, servirebbe una legge con premio di maggioranza».
La necessità di cambiare
Ferdinando Adornato, sulla medesima lunghezza d’onda, conclude: «La politica dovrebbe prima di tutto riuscire a riformare se stessa. Se ci riuscisse non ci sarebbe nemmeno bisogno di cambiare la Costituzione».


















