I dittatori del mondo hanno aperto il 2026 con messaggi di fine anno tra propaganda, guerre e ambizioni globali
Ha iniziato, nel lontano Estremo Oriente, la Corea del Nord dove il leader supremo Kim Jong-un si è congratulato con il popolo nordcoreano per i traguardi raggiunti nel 2025.
Il dittatore di Pyongyang è apparso in pubblico affiancato dalla giovane figlia Ju Ae, in una mossa che molti analisti hanno letto come volta a consolidare il suo profilo come erede – un giorno – del padre alla guida del “Regno eremita”.
Kim ha anche dato molto spazio ai propri alleati internazionali, in particolare la Russia con la quale la Corea del Nord ha stretto un’alleanza strategica (definita «l’alleanza invincibile con il fraterno popolo russo»). Prima ha inviato proprie truppe a partecipare alla guerra in Ucraina dal lato di Mosca.
Lodando gli sforzi «eroici» dei propri soldati, il leader supremo nordcoreano ha promesso loro il massimo sostegno («dietro di voi stanno Pyongyang e Mosca») e accennato ai «compiti oltremare» che svolgeranno nel nuovo anno. Un riferimento, questo, che segnala come – nonostante i toni propagandistici – la Corea del Nord abbia davvero sperimentato nell’ultimo anno una rivoluzione strategica. Sarà sempre più attiva all’estero specie sul piano militare, dopo decenni di feroce isolamento dal mondo esterno.
Cina tra potenza globale e Taiwan
Pochi minuti dopo, è stato seguito dagli auguri di fine anno del presidente cinese Xi Jinping. Il discorso ha subito mirato a creare un ponte tra passato e futuro della grande nazione cinese. Ricordando l’appena celebrato 80esimo anniversario della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale contro il nemico giapponese e la conclusione del diciassettesimo piano quinquennale, Xi ha elencato quindi i successi della Repubblica Popolare.
I traguardi economici, la costruzione di nuove imponenti dighe sul Fiume Azzurro, i successi nel campo dell’Intelligenza Artificiale e della tecnologia spaziale, il varo della prima portaerei cinese moderna, le innovazioni nella robotica e nella dronistica.
Il messaggio è stato semplice. A una nazione che solo una generazione fa era a stragrande maggioranza contadina e si spostava in bicicletta il Partito Comunista («Solo un Partito Comunista cinese forte può rendere il nostro Paese forte») offre conquiste oltre ogni aspettativa: di poter competere con gli Stati Uniti per il futuro dell’IA avendo costruito una propria Silicon Valley da zero. Di poter andare presto (entro il 2030) sulla Luna, di aver forza e potenza militare con cui farsi di nuovo rispettare nel mondo.
Un futuro promettente che il governo cinese lega anche alla superiorità e alla saggezza della propria cultura, come rivendicato da Xi in persona. Ma sono le preoccupazioni internazionali ad assorbire una parte importante del discorso del leader cinese: «Il mondo odierno sta attraversando sia cambiamenti che turbolenze e alcune regioni sono ancora sconvolte dalla guerra. La Cina starà sempre dal lato giusto della Storia ed è pronta a lavorare con tutti i Paesi per promuovere la pace mondiale e lo sviluppo e per costruire una comunità basata su un futuro condiviso per l’umanità».
La Cina e l’Occidente a guida americana
Come? Attraverso l’«Iniziativa per la governance globale» proposta dallo stesso Xi per un sistema internazionale «più giusto e più equo». Leggasi: in cui la Cina e l’Occidente a guida americana si siedano da pari per decidere le sorti del mondo, attraverso il riconoscimento degli interessi nazionali di Pechino.
Subito dopo infatti il presidente cinese torna sul tasto dolente dei rapporti con Washington, vale a dire Taiwan: «Noi cinesi di entrambi i lati dello Stretto di Taiwan condividiamo un legame di sangue e di parentela. La riunificazione della nostra madrepatria, una tendenza di questi tempi, è inarrestabile!».
Un messaggio chiaro ed esplicito, sottolineato non a caso dalle imponenti esercitazioni navali attorno all’isola tenutesi nei giorni scorsi: la Cina considera Taiwan come parte del proprio territorio e non abbandonerà l’obiettivo della riunificazione nazionale, per il quale Xi ha fissato come termine ultimo il centenario della nascita della Repubblica popolare, nel 2049.
Russia e guerra come destino nazionale
Un’altra superpotenza impegnata nella “riunificazione nazionale” con mezzi molto più brutali è la Russia, che entra nel 2026 all’ombra di una guerra che perdura ormai da quattro anni per annettere le regioni russofone dell’Ucraina orientale. Anche per questo l’intero discorso di fine anno del presidente Vladimir Putin è stato caratterizzato da una forte impronta patriottica e ad anteporre il bene della Nazione al proprio interesse particolare.
«Ciascuno di noi ha sogni personali e unici, speciali nella loro peculiarietà. Ma essi sono inseparabili dal destino della nostra madrepatria e dal sincero desiderio di servirla», ha detto lo Zar dal Cremlino sottolineando come «il lavoro, i traguardi e i successi di ognuno di noi aggiungono nuovi capitoli alla storia millenaria della Russia, mentre la forza della nostra unità determina la sovranità e la sicurezza della nostra patria, il suo sviluppo e il suo futuro».
Motivare per arruolare i soldati in Russia
Un altro tratto saliente è stato il tentativo di “arruolare” i soldati impegnati al fronte contro gli ucraini in uno schema più grande, quello di una grande e solida comunità impegnata in uno sforzo comune. Da qui la promessa di ogni sostegno a «i nostri eroi, i partecipanti all’operazione militare speciale», visti non come semplici combattenti ma come parte della famiglia russa.
«Accogliamo il nuovo anno insieme con i nostri cari: i nostri bambini, genitori, amici e compagni d’armi», ha scandito il presidente russo elevando implicitamente i militari al ruolo di membri delle tavolate festive, «noi siamo una cosa sola, una famiglia grande, forte e unita». Uno sforzo propagandistico, certo, ma anche un riconoscimento al numero crescente di uomini arruolati per la guerra, ormai saliti nell’ordine delle centinaia di migliaia.
Lasciarli fuori dalla prospettiva del 2026 non avrebbe avuto senso, anche perché sarà soprattutto dalla loro resilienza – e delle loro famiglie – che dipenderà il successo futuro o meno della Russia.
Venezuela tra isolamento e sfida a Washington
Solo un breve messaggio invece per il presidente venezuelano Nicolas Maduro, sebbene il Venezuela abbia formalmente spostato il capodanno per decreto in autunno. Il leader di Caracas, impegnato in questi ultimi mesi in un duro braccio di ferro con Washington che ne chiede insistentemente la rimozione dal potere, ha promesso alla popolazione venezuelana – una delle più povere dell’America Latina – di proteggere il Paese dalle «minacce imperialiste».
Maduro ha implicitamente fatto riferimento alla Dottrina Monroe, invocata dal presidente americano Donald Trump per giustificare le sue minacce, chiedendo un futuro prospero e «indipendente dalle dottrine» straniere per il Venezuela. Ma, al netto degli auguri e degli auspici, della propaganda e delle speranze, se il 2026 accorderà fortuna agli autocrati del mondo resta ancora da vedere.


















