Una porta stretta, una folla senza uscita: quando la sicurezza è solo burocrazia. Dalle discoteche alle funivie, cosa insegnano le tragedie ignorate del passato
Nei luoghi dello svago la sicurezza non è un “adempimento“: è la condizione perché una festa resti una festa. La tragedia di Capodanno a Crans-Montana impone di guardare oltre l’episodio.
Le prime testimonianze, tutte ancora da accertare, vanno dall’innesco dell’incendio causato da candele accese su bottiglie all’esplosione di un petardo. Ma, sempre secondo i testimoni, il punto critico sarebbe stato soprattutto l’esodo. La festa si svolgeva nel seminterrato, l’unica via di uscita sarebbe stata una scala e la porta, riferiscono alcuni, troppo piccola rispetto all’affollamento.
Fragilità strutturali ipotizzate su vie di fuga e deflusso, che andranno valutate, insieme a capienza, autorizzazioni e controlli, cause e responsabilità. Uno scenario, quello di Crans-Montana, che non è purtroppo isolato. Quel dettaglio – le uscite che non bastano a garantire l’evacuazione – ritorna in molte tragedie in luoghi “di divertimento“. Quando scatta il panico, ogni collo di bottiglia moltiplica i danni. In montagna l’emergenza è aggravata dalla quota e dai tempi dei soccorsi.
Impianti sciistici e responsabilità
In Italia il tema è riemerso dagli impianti sciistici. Il 24 dicembre a Piancavallo (Pordenone), un dipendente di una baita è stato sbalzato dal seggiolino della seggiovia Tremol Uno ed è precipitato da circa dieci metri. Secondo una prima ricostruzione, una rete di protezione sollevata dal vento si sarebbe impigliata allo scarpone trascinandolo fuori. La Procura ha aperto un fascicolo: si dovrà chiarire se le condizioni meteo e le procedure di esercizio imponessero lo stop dell’impianto, e se l’assetto delle protezioni e la manutenzione fossero adeguati.
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Incidenti evitati e indagini aperte
Pochi giorni dopo un altro incidente che poteva assumere il carattere della catastrofe. Il 30 dicembre, a Macugnaga, alla funivia del Monte Moro una cabina non avrebbe correttamente decelerato entrando in stazione, urtando le barriere. Oltre cento turisti sono rimasti bloccati in quota. Pochi feriti, quattro, e tragedia evitata per miracolo.
La Procura di Verbania ha aperto un fascicolo: frenatura, manutenzioni, controlli e gestione dell’evacuazione sono i punti da verificare. Quando l’imprevisto diventa cedimento, i numeri cambiano in modo irreversibile.
Precedenti che non possono essere ignorati
Al Monte Faito, Napoli, il 17 aprile 2025, una cabina è precipitata dopo la rottura di un cavo: quattro morti e un ferito grave; l’inchiesta ha ipotizzato reati come disastro e omicidio colposo e, parallelamente, l’organismo investigativo competente ha avviato l’indagine tecnica sull’incidente.
Il precedente del Mottarone del 23 maggio 2021 resta tra i moniti più severi: 14 morti e un bambino ferito gravemente. Nei passaggi giudiziari più recenti si è continuato a discutere di controlli, manutenzioni e scelte operative, cioè del punto in cui la sicurezza smette di essere “standard” e diventa decisione concreta, verificabile.
Strutture ricettive ed emergenze
La sicurezza turistica riguarda anche strutture ricettive e gestione dell’emergenza. A Rigopiano il 18 gennaio 2017, un resort di montagna fu travolto da una valanga: 29 morti. La magistratura ha escluso il nesso di causalità tra le scosse di terremoto e il distacco della valanga che travolse l’hotel, accertando condotte ritenute colpose nella prevenzione e gestione del rischio. Il risultato fu di otto condanne: un esito che, pur tra valutazioni diverse, ha rimesso al centro la “prevenzione organizzativa” (allerta, viabilità, catene decisionali, tempestività dei soccorsi).
Folla, panico e gestione degli eventi
Nelle città, il rischio più frequente è la folla. A Corinaldo (8 dicembre 2018), nella discoteca Lanterna Azzurra, uno spray urticante scatenò il panico in un locale sovraffollato durante il concerto del rapper Sfera Ebbasta: sei morti e 59 feriti. Venne condannata la cosiddetta “banda dello spray“, insieme ai gestori per gli omessi controlli: capienza reale, uscite praticabili, percorsi liberi, personale formato a governare il deflusso.
A Torino, in piazza San Carlo il 3 giugno 2017, il panico durante la proiezione su maxischermo della finale di Champions League provocò tre morti e 1.672 feriti. La Cassazione ha affrontato i profili di colpa di organizzatori e gestori: un evento “di intrattenimento” richiede progettazione dei flussi, barriere, comunicazioni, presìdi sanitari e piani di emergenza concreti, non improvvisazione.
Mare, crociere e vecchie lacune
Per quanto riguarda invece il mare e lo svago che dovrebbe offrire una crociera, ancora risuona l’eco del naufragio della Costa Concordia nel gennaio 2012, con le stesse lacune: comando, addestramento ed evacuazione. Bilancio definitivo: 32 morti e 157 feriti. Cambiano le strutture ma non gli scenari: prevenzione ignorata, affollamento, ostacoli, risparmi sul personale addetto ai controlli.
La domanda decisiva
Per questo la domanda decisiva, dopo ogni tragedia, è sempre la stessa: quante persone potevano uscire, e in quanto tempo? La risposta sta in numeri e procedure verificabili: capienze controllate davvero; vie di fuga multiple e dimensionate, con porte apribili verso l’esterno; percorsi liberi e illuminazione d’emergenza; materiali compatibili con la prevenzione incendi; addetti formati e prove di evacuazione.
Nei locali e negli eventi servono capienze controllate, steward formati, divieti effettivi su fiamme e pirotecnica, sanzioni rapide. Perché, se la sicurezza non è governata e responsabilizzata, lo svago resta esposto alla stessa fragilità: una porta troppo stretta e, dietro, una folla senza alternative. Senza scorciatoie operative.


















