Tra clamore mediatico, violenza diffusa e tecnologie sempre più decisive, il mondo attraversa un anno di leader stanchi e dialoghi timidi in attesa di pace
Il 2025 è stato un anno loquace. Ha parlato molto, spesso a sproposito, quasi mai sottovoce. Un anno in cui i fatti avrebbero chiesto silenzio e i personaggi invece hanno risposto con un flusso ininterrotto di conferenze stampa, tweet, dirette, proclami. Un anno in cui la realtà, come spesso accade, è rimasta un passo indietro rispetto alla sua narrazione.
Alla fine, come sempre, ciò che è accaduto non è separabile dal modo in cui è stato mostrato, e ciò che è stato mostrato non è separabile dal modo in cui è stato governato.
La foto che racconta il tempo
L’immagine che riassume meglio l’anno trascorso sta al centro, come una foto incorniciata con malizia da cui è impossibile distogliere lo sguardo: Zelensky e Trump a San Pietro. Due corpi politici collocati in uno spazio che, per definizione, dovrebbe sospendere la politica. Due uomini diversissimi, accomunati da un destino mediatico più grande di loro, in un luogo che dovrebbe incutere il silenzio, il limite, la misura. Uno in cerca di sostegno, l’altro in cerca di scena. Intorno, la solennità vaticana che sembra chiedere rispetto, mentre la storia contemporanea entra senza togliersi le scarpe.
Trump come condizione atmosferica
Anche lì Donald Trump ha fatto Trump. Più che un uomo, una condizione atmosferica. Ovunque compaia, cambia la pressione, si alza il vento, cade qualche calcinaccio. Lui, il primo leader occidentale a incarnare un’idea di sovranità che è gestualità pura, sganciata da qualunque fondamento razionale o istituzionale.
Una forza che non sta nelle decisioni, ma nella capacità di rendere indecidibile il confine tra serio e farsesco, tra minaccia e spettacolo. Quando il potere coincide con la possibilità di dire tutto e il contrario di tutto, senza conseguenze, ecco arrivare il Trump del 2025: non una deviazione dell’ordine politico, forse la sua verità terminale.
Il sovrano esposto
Zelensky, al contrario, incarna la figura del sovrano esposto. Colui che, per esercitare il potere, deve mostrarsi vulnerabile. Il suo corpo – sempre più piccolo, reiterato, consumato – è diventato il luogo in cui la guerra chiede di essere riconosciuta.
È ancora lui il simbolo di una resistenza, ma i simboli, si sa, durano finché c’è qualcuno disposto a guardarli davvero. Zelensky ha attraversato l’anno con la postura di chi non può permettersi di cedere. Presidente, simbolo, portavoce, volto stanco di una guerra che dura più dell’attenzione che siamo in grado di dedicarle.
La foto di San Pietro racconta proprio questo: la richiesta d’impegno a un mondo che educatamente guarda l’orologio. Ed è anche la foto della diplomazia ridotta a immagine, della tragedia compressa in un’inquadratura.
La soglia che si richiude
Da pochi giorni è morto papa Francesco. In Vaticano, per un attimo, si è aperta una crepa. Non tanto per la fine di un pontificato, ma per la chiusura di un’anomalia: un Papa che si era sporcato le mani, che aveva capito che il potere va attraversato come una periferia, non abitato come un attico.
Francesco aveva impersonato spesso in modo contraddittorio, talvolta ingenuo, una figura ancora capace di abitare la soglia tra istituzione e vita, tra legge e carne. Aveva mostrato che anche nel cuore dell’apparato è possibile una frattura, una debolezza, una voce che non coincide interamente con la funzione. La fotografia fatidica non a caso è scattata alla vigilia del funerale in uno spazio quasi sacro ancora abitato dallo spirito di Francesco. L’ultima volta che il diaframma si è aperto per un solo istante.
Il governo della mansuetudine
Con l’uscita di scena di Papa Bergoglio, quella soglia tra istituzione e vita si è subito richiusa. Al posto dell’uomo venuto dalla fine del mondo è arrivato Leone, papa americano, educato, sorridente, mansueto come un CEO spirituale. Un Papa da conferenza motivazionale, da benedizione inclusiva, da consenso globale.
Leone non urla, non sbaglia, non inciampa. La sua mansuetudine non è una virtù evangelica, ma una strategia. Leone non intende governare attraverso il comando, ma attraverso l’adesione; non divide, non rischia, non espone. Egli impersona una forma compiuta di governo pastorale: una guida che non conduce altrove, ma accompagna esattamente dove già siamo. È il pastore che non apre il deserto, ma lo rende abitabile. Con lui la pace torna a essere un’invocazione natalizia. La Chiesa, ancora una volta, ha scelto il tono appropriato invece della frase necessaria.
Il potere che insiste
Sullo sfondo Vladimir Putin come quei vecchi condomìni sovietici che non crollano mai, ma scricchiolano in continuazione. Sta lì, immobile, convinto che la stabilità coincida con l’eternità, mentre intorno il mondo cambia canale a una velocità che gli sfugge. La guerra è diventata il suo rumore di fondo, come il traffico per chi vive su una tangenziale, mentre l’Occidente lo osserva con l’ansia di chi teme lo scontro a catena.
Putin resiste, insiste, persiste. Forse non per vincere, ma per non dover ammettere che anche i leader, come i frigoriferi, prima o poi smettono di funzionare. Come in certe installazioni post ideologiche, la figura di Putin lavora dal principio per accumulo: memoria imperiale, trauma sovietico, tecnologia del controllo, nostalgia come linguaggio ufficiale.
E anche quest’anno ha insistito sulla fisicità brutale del potere, come un artista fuori tempo massimo che rifiuta il digitale. Come un’opera che non cerca consenso ma permanenza, e proprio per questo rivela la sua fragilità: perché ogni monumento, prima o poi, diventa rovina.
La gestione dell’oggi
Intanto dalle nostre parti, più modestamente, Giorgia Meloni ha governato un altro anno con un lessico da bilancio familiare: prudenza, responsabilità, stabilità. Parole che rassicurano, come le tende tirate la sera. In Europa ha cercato di stare dentro senza sembrare troppo dentro, fuori senza sembrare troppo fuori. Il suo governo non ha prodotto rotture, ma continuità sorvegliate.
Il lessico resta quello della responsabilità, parola che oggi significa soprattutto una cosa: non disturbare l’ordine delle cose. Viene evocata la sovranità nazionale mentre si pratica una gestione tecnocratica del presente. Non si decide, si amministra. Non si crea, si conserva. È una politica che ha rinunciato al futuro per governare meglio l’oggi.
Lo stato di eccezione come normalità
Benjamin Netanyahu, invece, ha governato imperterrito come se il destino fosse un avversario da battere, mostrando il volto più nudo del potere sovrano: quello che decide sulla vita e sulla morte. Gaza, nel 2025, non è solo un luogo, ma una condizione. Uno spazio in cui il diritto è stato sospeso senza una dichiarazione formale.
Le operazioni militari presentate come necessità, le vittime come effetti collaterali, la sofferenza come problema comunicativo. Qui lo stato di eccezione non è stato una misura temporanea: è ormai la forma stabile di governo. Gaza è rimasta il punto cieco dell’anno: troppo grande per essere ignorato, troppo doloroso per essere affrontato fino in fondo. Qui la morte è una questione di numeri, la sofferenza una disputa semantica. Oggi Netanyahu dà corpo all’idea di un sovrano che può resistere fiero e crudele anche quando tutti intorno chiedono una tregua, persino il senso comune.
La protesta catturata
Di fronte a ciò, i movimenti pro-Palestina – propal, nella loro abbreviazione sintomatica – si sono agitati molto per riaprire uno spazio politico. Purtroppo anche la protesta è stata presa in una contraddizione: è visibile, diffusa, ma spesso catturata dagli stessi dispositivi che vorrebbe contestare. Lo slogan ha preso il posto del pensiero, l’indignazione quello dell’analisi. Tuttavia, in questa imperfezione, resta un gesto essenziale: il rifiuto di considerare normale ciò che normale non è.
La macchina che decide
E mentre il mondo discuteva, l’intelligenza artificiale lavorava. Senza bandiere, senza piazze, senza indignazione. Nel 2025 l’intelligenza artificiale ha smesso di stupire ed è diventata un servizio essenziale, come l’elettricità o il riscaldamento. Scrive testi migliori di molti discorsi ufficiali, organizza dati che nessuno legge, suggerisce decisioni che nessuno vuole assumersi. Non pensa, calcola.
Non è più una tecnologia tra le altre, ma una forma di mediazione universale. Decide cosa è rilevante, cosa è visibile, cosa è dicibile. Non esercita il potere direttamente, ma lo rende possibile. È la macchina che organizza l’eccezione, che la rende efficiente, che la sottrae al conflitto umano. Non pensa, ma calcola al posto nostro. E noi accettiamo, perché il calcolo ci solleva dalla responsabilità. Noi, che dovremmo pensare, sembriamo felici di delegare. Il problema non è che l’intelligenza artificiale sia intelligente. È che noi sembriamo sempre più felici di non esserlo abbastanza.
Un tempo che rende tutto inevitabile
Così si chiude il 2025: con una foto simbolica, molti leader stanchi, piazze arrabbiate e macchine efficienti. Un anno che ha chiesto attenzione e ha ottenuto solo commenti. Un anno in cui tutti avevano qualcosa da dire e quasi nessuno qualcosa da ascoltare.
Un anno in cui ogni cosa è accaduta alla luce del sole e tuttavia qualcosa è rimasto radicalmente oscuro. Un anno in cui la politica ha occupato tutto lo spazio, svuotandolo di senso. Un anno in cui l’eccezione non è stata dichiarata, perché non ce n’era più bisogno: era già diventata il nostro modo di abitare il mondo.
Il 2025 non ci ha chiesto di credere, né di obbedire. Ci ha chiesto soltanto di continuare. Ed è forse questa la forma più compiuta della sua violenza: un tempo che non proibisce nulla, ma rende tutto inevitabile.


















