Giustizia, Difesa, Migranti. Tutti i temi su cui si giocherà la politica italiana nel 2026, dai ritardi sulle Olimpiadi all’ultima manovra prima del voto l’anno venturo si preannuncia come denso di avvenimenti
Saluti frettolosi e anche bipartisan ieri alla Camera dei Deputati. Dopo una notte passata tutti insieme – fino alle 5 del mattino – e settimane a “sputarsi” le peggiori accuse (da sinistra) e le migliori lodi (da destra) sulla legge di bilancio, è bene buttarsi in fretta tutto dietro le spalle e non pensarci più. Fino all’anno nuovo. Di cui si conoscono già alcuni passaggi importanti. Al netto, ovviamente, dello scenario internazionale e dei suoi sviluppi. Il gran rientro è previsto venerdì 9 quando la Presidente del Consiglio terrà la conferenza stampa di “fine anno”.
Legge elettorale, si fa sul serio
«Dal 10 gennaio cominceremo a discuterne ad un tavolo ufficiale. Le grandi linee sono state condivise» diceva ieri l’onorevole Alessandro Battilocchio che per Forza Italia segue da mesi le evoluzioni sulla nuova legge elettorale. Via il Rosatellum, sistema misto con collegi uninominali (indigesti alla destra se il centrosinistra sapesse andare unito), avanti con il proporzionale con premio di maggioranza. Le percentuali sono state fissate dalla Consulta: premio al 55% per chi conquista il 42%, soglia d’ingresso tra il 2 e il 3 (percentuali utili a convincere Calenda e altri centristi ad andare da soli), da vedere se usare le preferenze o listini bloccati. Forza Italia non vuole l’indicazione del premier per la coalizione. Ipotesi che non convince anche tanti parlamentari che temono di finire cannibalizzati dal nome Meloni. Gennaio è l’ultimo momento utile per fare sul serio: se si andasse a votare a primavera 2027, le nuove regole del gioco vanno decise entro giugno dell’anno che sta per cominciare. Almeno per salvare la decenza.
Olimpiadi, ultimo appello per Salvini
Cominciano il 6 febbraio e dal 6 dicembre la fiaccola sta girando l’Italia emozionando grandi e piccini. Da giugno Salvini, come capo del ministero delle Infrastrutture, ha lanciato una sua personalissima newsletter che oltre a fare il countdown dell’evento, ha il sapore di una specie di rivalsa personale in chiave di efficienza e promesse mantenute. Ovviamente facciamo tutti il tifo per i Giochi, per lo sport e il nostro medagliere. Però qualche problemino c’è già. Dei 3,54 miliardi di euro spesi da Simico (Società Infrastrutture Milano-Cortina) soltanto il 13% riguarda opere strettamente connesse a gare ed eventi sportivi, mentre l’87% rientra tra le infrastrutture permanenti destinate ai territori, la cosiddetta legacy. Il problema è che, ad oggi, solo il 14% delle opere risulta concluso, il 30% circa è in progettazione, il 52% in esecuzione. La maggior spesa stimata ad oggi è di 133 milioni di euro (fonte Open Olympics). Serve uno sprint finale. Per rasserenare Salvini.
La nuova Difesa
Ci sarà un triplo filo rosso di lettura in questo 2026: capire quanto e come il leader della Lega vorrà stressare la sua maggioranza per risalire nel consenso; vedere come evolve la situazione in Forza Italia dopo la campagna “+ lib, + dem e + europei” lanciata dai fratelli Berlusconi e raccolta all’interno del partito; capire se il centrosinistra riuscirà a costruire un’alleanza solida e seria con la leadership di Elly Schlein. Dinamiche vecchie che restano molto attuali nell’anno pre-elettorale. Un tema che metterà sotto pressione questi tre fili rossi è certamente la Difesa.
LEGGI Decreto Ucraina, Crosetto: “Accordo in governo e maggioranza”
Il ministro Guido Crosetto sarà in aula il 15 gennaio per il decreto Ucraina approvato, finalmente, lunedì dal governo e che dovrà essere convertito entro la fine di febbraio. E già qui vedremo le scintille, il leghista Borghi ha assicurato che non lo voterà. Lo stesso auspica il generale Vannacci. Ma il “bello” arriverà quando Crosetto presenterà al governo e al Parlamento il suo nuovo piano per la Difesa che oltre alla sfida multidominio (terra, cielo, spazio, fondali marini, web) deve fronteggiare la minaccia della guerra ibrida, la cyber war e l’impiego massiccio di droni telecomandati e quindi avere uomini e mezzi adeguati. Crosetto chiederà soldi. E più potere. E questo non è gradito a palazzo Chigi: il sottosegretario Alfredo Mantovano gradisce avere il controllo totale degli apparati.
Il test del referendum
Il tema difesa sarà una costante dell’anno: se anche dovessero terminare le guerre, il budget Nato e la difesa “europea” torneranno in ogni meeting europeo e Nato e scalderanno i cuori delle forze politiche. Ma senza dubbio sarà il referendum costituzionale, senza quorum – sulla separazione delle carriere giudici e pm, il doppio Csm e per di più “estratto a sorte” – il cuore della prima metà dell’anno. Con inevitabili conseguenze su quello che verrà. Meloni si sforza di dire, «non è un voto per me ma perché non ci siano più altre Garlasco». Anche i leader dell’opposizione evitano di personalizzare. Ma è chiaro che quel voto sarà un test sul governo Meloni. Se vincerà il Sì, la premier vedrà il seguito della legislatura come un’autostrada a nove corsie in discesa. Se vincerà il No, si potrebbe anche immaginare una riflessione su uno scioglimento anticipato. Molto dipenderà anche da come andrà l’economia. Intanto le opposizioni hanno vinto la battaglia delle date: il tentativo di votare ai primi di marzo è stato stoppato. Se ne riparla a fine mese, il 29. Magari anche dopo.
Pnrr, che succede quando finisce?
Da giugno in poi, con la variabile referendum, si entra nei fatti nella campagna elettorale per le politiche della primavera 2027. Ieri l’Italia ha incassato l’ottava rata (12,8 miliardi) del Pnrr, ossigeno fresco per le casse dello Stato. È stata avviata la richiesta per la nona. Abbiamo gravi ritardi nella spesa effettiva e nei cantieri, specialmente in settori come sanità e lavoro, nonostante proroghe e revisioni che hanno definanziato progetti in favore di altri. Il tema è se riusciremo ad avere una proroga rispetto a giugno 2026 per quello che riguarda la consegna delle opere. In ogni caso dal 2026 dovremo cominciare a pagare gli interessi e non avremo più liquidità. Come si sosterrà l’economia nazionale dopo quella data? È un’incognita che può pesare sul proseguimento della legislatura.
Ottanta anni della Repubblica e premierato
Giugno è un mese cerniera per tanti dossier. Uno di questi è la riforma del premierato, «la madre di tutte le riforme» per Giorgia Meloni. Nonostante vari annunci, alla fine il 2025 se n’è andato senza alcun passo avanti. La riforma, anche questa costituzionale, vuole rafforzare la figura del presidente del Consiglio che sarebbe eletto direttamente e avrebbe il potere di sciogliere il parlamento. Il testo è stato approvato al Senato ma deve ancora iniziare l’iter alla Camera. L’esito del referendum sulla giustizia, che vinca il Sì o il No, potrebbe accelerare i tempi. A giugno, tra l’altro, Sergio Mattarella ha in calendario un lungo programma di cerimonie per celebrare gli 80 anni della Repubblica. Ma giugno è anche l’ultimo slot temporale utile per concludere l’iter parlamentare nell’arco della legislatura. Sarebbe uno sgarbo per la Presidenza della Repubblica (destinata ad uscire molto ridimensionata dalla riforma)? Certamente sì. Ma Giorgia Meloni non ha tempo per queste delicatezze.
Nuove leggi e regole dall’Europa per l’immigrazione
Giugno è anche il mese in cui dovrà entrare in vigore il Nuovo regolamento europeo per la gestione dei flussi migratori. Nuovi criteri di accoglienza, nuovi sistemi per i rimpatri, l’utilizzo di hub esterni, in paesi terzi, dove raccogliere chi dovrà essere rimpatriato perché in arrivo da paesi definiti “sicuri”. In poche parole, a giugno capiremo finalmente se dopo due anni di soldi buttati, i centri italiani in Albania «fun-zio-ne-ran-no». Difficile fare previsioni perché le incognite sono ancora molte. Di sicuro il modello Albania dovrebbe essere esportato da altri paesi Ue in paesi extra Ue.
L’Autonomia per la Lega
Se a fine settembre il Meloni 1 sarà ancora in carica, e Salvini non avrà esagerato nelle provocazioni, la premier sarà costretta a dare alla Lega la sua riforma: l’autonomia regionale differenziata non sulla carta ma nella pratica. Il che vuole dire aver trovato i soldi per finanziare i Livelli essenziali delle prestazioni (LEP), gli standard minimi di servizi e prestazioni fondamentali che devono essere garantiti in modo uniforme e uguale per tutti i cittadini su tutto il territorio nazionale. Difficile fissare una cifra ma parliamo di decine di miliardi senza i quali l’Autonomia non avrà gambe.
L’ultima manovra
E così si arriva dritti-dritti all’autunno, all’ultima manovra di bilancio della legislatura, quella del bomba-libera-tutti, quella “elettorale” per accontentare molti appetiti. Se Giorgetti non ha perso la pazienza prima, saprà restare fedele al rigore e all’austerità che lo hanno messo sotto accusa in questi mesi? Potrebbe avere più soldi a disposizione (grazie al minor costo degli interessi sul debito pubblico) ma potrebbe anche non averne per via di un pil risicato. Ed essere magari costretto a fare nuovo debito, cosa che ha evitato di fare (Bruxelles non lo consente più) in questi anni.
E così, di mese in mese, andremo avanti nell’anno. Buon 2026 a tutti.


















