L’ex giocatore del Genoa non vuole saperne di appendere gli scarpini al chiodo e viene tesserato per un club che milita nella terza divisione nipponica: un’esperienza, la sua, che richiama quella del tenente Onoda, passato alla storia come “l’ultimo giapponese”
Kazuyoshi Miura detto Kazu, “shogun” ideale della città di Shizuoka, in Giappone, a metà strada fra Tokyo e Nagoya sull’isola di Honshu, vista Monte Fuji, thè verde, arance mikan e tonno maguro al mercato a chilometro zero, a 58 anni e quasi 59 (li compirà il 26 febbraio venturo) dimostra di avere una resistenza, che è quella che va di moda chiamare resilienza, di quella vissuta dal tenente Hiroo Onoda.
L’ultimo giapponese
Costui è famoso come “l’ultimo giapponese”, cioè il militare nipponico che continuò nella sua guerra personale ben più a lungo dopo Hiroshima e Nagasaki, le atomiche, la resa senza condizioni, il discorso dell’imperatore Hirohito che abiurò alla propria origine divina di discendente del Sole. Era di “quelli per cui a guerra non è mai finita”, come la Loredana Berté di “Non sono una signora”.
La storia di Onoda
Il tenente Onoda si trovava, in quelle circostanze, nella giungla di Lubang, un’isola delle Filippine: con il suo reggimento, aveva ricevuto dal suo comandante, il maggiore Yoshimi Taniguchi, l’ordine di non arrendersi per nessuna ragione al mondo, ne andasse anche della vita. Prese l’ordine alla lettera e quando Lubang venne attaccata dagli americani (che la conquistarono) il prode tenente, insieme con tre commilitoni, si rifugiò sulle montagne, che in realtà sono colline ma che, soprattutto, sono a vegetazione inestricabile. Uno dei tre, Yuichi Akatsu, dopo quattro anni di vita nel bosco (mica tutti vanno nei dintorni di Chieti…) decise di arrendersi e raccontò la storia del tenente e degli altri due militari.
Le ricerche
Furono organizzate battute di ricerca, anche con lanci di foto di famiglia e volantini che chissà che effetto avranno avuto sulla fauna stanziale. Di certo non ne ebbero molti né su Schoiki Shimada né su Kozuka Kischiki, i due soldati, che però rimasero uccisi in due diversi conflitti a fuoco, né sul tenente Onoda che andò avanti per 29 anni, campando di quel che la natura gli offriva o di quel che riusciva a procurarsi rubacchiando qua e là: furti di necessità, si direbbe oggi. Provarono a lanciare messaggi le sorelle e il papà, però mai il tenente se ne dette per inteso: aveva ricevuto un ordine e non avrebbe mai disubbidito.
La fine delle ostilità
Fu nel 1974 che qualcuno ebbe l’idea vincente: ritroviamo chi gli ha dato l’ordine e portiamolo sul posto a revocarlo. Così il maggiore Taniguchi fu raggiunto nel suo ritiro da pensionato, fu accompagnato a Lubang, fu portato nella zona dove viveva Onoda e poté comunicare al tenente che l’ordine non valeva più. Solo allora il tenente smise la sua guerra personale e diventò ufficialmente l’”ultimo giapponese”, che è anche un modo di dire. Per la verità c’è stato un altro soldato di quelli del Sol Levante che resistette sette mesi in più, ma quest’ultimo, Teruo Nakamura, non è mai stato riconosciuto come l’”ultimo giapponese” poiché non lo era tecnicamente, essendo nato nell’isola cinese di Taiwan.
L’esordio di Kazu
Non è dato sapere se Kazuyoshi Miura detto Kazu abbia ricevuto l’ordine di non arrendersi mai dopo essere stato “arruolato” (tesserato, a dire il vero) come calciatore professionista quando, quindicenne, nel 1982, partì per il Brasile inseguendo la via di Pelè. O se invece questa “voglia per sempre” se la sia testardamente costruita da solo, esempio di incrollabile autostima. O se, ancora, nel corso della sua carriera che l’ha portato a giocare e fare gol per quattro dei cinque continenti, Africa esclusa (un record il suo “bombardamento globale”), abbia incrociato un qualche Max Allegri capace di convincerlo al gioco eterno, come sta facendo con Luka Modric che a quarant’anni sta in campo e detta calcio come ne avesse venti per la dinamicità, dieci in più per la saggezza. Naturalmente nessun paragone fra la scienza pallonara di Modric e quella di Miura, con tutto il rispetto per le sue più di 1000 partite e quasi 200 gol per i club e 89 partite e 55 gol in Nazionale.
Un calciatore giramondo
Miura ha giocato in Brasile (anche per il Santos), in Croazia, in Australia e in Portogallo, oltre che in Giappone per tantissime squadre ed ha avuto un passaggio in rossoblù genoano, stagione 1994-95, 21 partite e un gol, più, essendo il primo giapponese in Serie A, un codazzo di fotografi e giornalisti che lo seguivano da mattina a sera, allenamenti e partite, più ricercato di quel famoso tenente e, probabilmente, più celebrato i lui.
L’approdo al Fukushima
Adesso ha qualche capello bianco il nostro brevilineo (è alto 1,77 e pesa 72 chili: l’età non lo ha troppo “gravato”) ma continua a correre sulla fascia, destra o sinistra senza pregiudizi, ed anche a giocare da prima o seconda punta. Purché sia giocare. È per questo che ha appena annunciato che per questa stagione ha appena firmato un contratto con il Fukushima United Club, che milita nella J3 League, la terza divisione professionistica giapponese. Chissà se c’è una clausola rescissoria o invece una opzione per il rinnovo, magari semiautomatico. O forse, trattandosi di un prestito, ci sarà il diritto o l’obbligo di riscatto. «La mia passione non è cambiata, indipendentemente dalla mia età», ha detto Miura.


















