La vicenda potrebbe essere usata al tavolo negoziale contro Kiev. Il presunto raid apre uno squarcio sulla paranoia del leader russo
La guerra in Ucraina ci ha abituati a un panorama informativo fatto di luci e ombre, di “nebbia di guerra”, di zone grigie, di guerre ibride e propagande contrapposte, di manipolazione dell’informazione. L’attacco denunciato ieri pomeriggio dal governo russo contro la residenza ufficiale del presidente russo Vladimir Putin a Valdai, a nord di Mosca, non sembra fare eccezione.
Per il Cremlino, il governo ucraino avrebbe attentato direttamente alla vita del leader russo utilizzando 91 droni suicidi lanciati dal territorio nazionale ucraino, che sarebbero però stati tutti intercettati dalle difese aeree russe. Per Kiev invece, l’attacco è una “operazione sotto falsa bandiera” (“false flag”, in gergo militare), una messinscena russa per poter avere la giustificazione per colpire più duramente l’Ucraina e danneggiare la posizione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky al tavolo negoziale.
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Preoccupazioni legittime: la Russia non solo ci ha abituati a una strategia di studiata ambiguità diplomatica (di cui la “guerra ibrida” e la disinformatia contro le opinioni pubbliche occidentali fanno parte integrante) ma storicamente è anche l’inventrice della maskirovka (letteralmente, “mascheramento”).
La Maskirovka di Mosca
Con questo nome si definisce una dottrina militare risalente alla prima metà del secolo scorso e che si basa proprio sull’assunto che confondere le idee del nemico nascondendo le proprie mosse e i propri obiettivi attraverso il ricorso a qualunque mezzo strategico e di propaganda sia la chiave per battere il proprio avversario. Se Kiev ora teme un inganno di Mosca, ha i precedenti storici per farlo e – soprattutto – un assetto politico che congiura per facilitare uno sviluppo in tal senso. Con l’amministrazione Trump ormai così esposta sulla strada del negoziato, dopo settimane di intense trattative e un accordo raggiunto «al 90%», come ha detto il tycoon in persona, Mosca potrebbe aver intuito una congiuntura favorevole.
Salvo azioni davvero eclatanti, difficilmente Washington sacrificherebbe il tavolo dei negoziati coi russi solo per salvare Zelensky. Non farlo, però, significherebbe prendere per vera la posizione russa e in qualche modo sconfessare così gli ucraini. Il fatto che il Cremlino ci abbia tenuto a precisare quanto Trump fosse scioccato dall’attacco ucraino e di come si sia rallegrato di non aver inviato missili a lungo raggio agli ucraini quando gli era stato richiesto segnala il fatto che Mosca ritiene di poter contare sull’assenso americano sulla questione. Un assenso guadagnato anche facendo leva sui citati strumenti di disinformazione. Basti pensare che, mentre le autorità russe denunciano il presunto tentativo di assassinio ai danni di Putin, eviti di confermare ufficialmente la presenza del presidente russo nella sua dacia di Valdai. Un’omissione che si spiega facilmente pensando alla fitta coltre di segretezza che circonda la vita personale dello Zar del Cremlino.
Lo Zar che vive tra residente fortificate
La paranoia di Vladimir Putin per la propria sicurezza ha trasformato la sua vita quotidiana in un intricabile gioco di spostamenti e inganni, con il presidente russo che trascorre pochissimo tempo al Cremlino, preferendo dividere il suo tempo tra residenze fortificate e repliche (almeno quattro si stima) del suo ufficio identici per confondere eventuali minacce. Se un tempo il Cremlino era il centro simbolico del potere, oggi Putin vi appare solo per occasioni ufficiali di alto profilo, come visite di Stato o le riunioni del Consiglio di sicurezza. Il resto delle attività si svolgerebbe altrove, in un contesto di isolamento iniziato con la pandemia di Covid – quanto gran parte delle attività di governo è stata spostata sulla rete telematica, e proseguito con la guerra in Ucraina iniziata nel 2022.
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La residenza ufficiale rimane Novo-Ogaryovo, nei sobborghi occidentali di Mosca, una vasta tenuta con ospedale privato, complesso sportivo e chiesa, dove Putin riceve ospiti selezionati e, in teoria, conduce la maggior parte dei collegamenti video con il mondo esterno. Eppure, indagini recenti basate su analisi di centinaia di video del Cremlino rivelano che molti interventi presentati come girati lì sono in realtà registrati in repliche perfette dell’ufficio presidenziale, create appositamente per nascondere la vera posizione dello zar.
La dimora di Sochi
Una di queste repliche si trova a Bocharov Ruchei, la dimora statale sulla costa del Mar Nero a Sochi, ereditata dall’era sovietica e ristrutturata per le Olimpiadi del 2014, con una storia che risale a leader come Krusciov e Breznev. Amata da Putin fino all’inizio del conflitto, questa residenza è stata progressivamente abbandonata dal 2023 per timori di attacchi con droni ucraini, tanto che parti della struttura storica sarebbero state demolite e l’uso dell’ufficio replicato interrotto.
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Il rifugio preferito negli ultimi anni è diventato proprio il complesso di Valdai, in località Dolgiye Borody, nell’oblast di Novgorod tra Mosca e San Pietroburgo, dove Putin organizza incontri chiave con ministri e, secondo rapporti, condivide la vita con la compagna Alina Kabaeva e i loro figli. Qui l’ufficio identico a quello di Novo-Ogaryovo è stato costruito intorno al 2016 su un ex campo da tennis, con dettagli minimi come termostati o venature del legno che permettono agli investigatori di distinguere le location. Nel 2025, quasi tutte le apparizioni video attribuite a Novo-Ogaryovo si sono rivelate girate a Valdai, protetto da una fitta rete di sistemi antiaerei Pantsir, superiore persino a quella di molte aree urbane densamente popolate. Gli stessi sistemi che l’altra notte avrebbero salvato lo Zar da un avio-attentato dei droni ucraino, almeno secondo il governo russo. Ma si sa, in guerra non è mai facile distinguere la verità.


















