Tra welfare, consenso e lotta armata, Hamas ha costruito a Gaza un sistema quasi-statuale capace di reggere assedio e isolamento. Un modello sorretto da una rete internazionale di finanziamenti, oggi al centro dell’attenzione giudiziaria anche in Italia.
Il recente caso legato alla retata che ha portato al fermo di diversi esponenti legati alla galassia palestinese italiana con l’accusa di finanziamento del gruppo armato palestinese Hamas ha aperto uno squarcio su un sistema di sostentamento dell’organizzazione gazawi a lungo ignorato. Se infatti Hamas si è resa nota alle cronache, soprattutto per via del sanguinoso attacco del 7 ottobre 2023, va precisato come questo a Gaza non rappresenti soltanto una formazione guerrigliera, bensì un sistema politico-ideologico che – come spesso accade in Medio Oriente – si è dato un’impostazione parastatale, se non addirittura quasi-statuale.
Hamas infatti si distingue tra un’ala militare, le cosiddette Brigate al-Qassem e una branca politica, formata da civili e preposta al governare la Striscia attraverso veri e propri programmi pubblici. Scuole, ospedali, erogazione di servizi (dall’acqua al cibo passando per l’energia elettrica), associazioni culturali, etc… La formazione palestinese, nei suoi anni di incubazione durante l’assedio della Striscia pre-7 ottobre, è stata attenta a presentarsi alla popolazione non solo come un gruppo armato dedito alla resistenza contro Israele ma anche come un apparato organizzato capace di poter badare ai bisogni della popolazione.
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In questo caso la responsabilità internazionale è evidente: per decenni la comunità globale ha infatti dimenticato e ignorato i palestinesi di Gaza mentre la Striscia, strangolata dal blocco israeliano, faceva la fame mentre il processo di pace giaceva arenato senza alcuna prospettiva di uno Stato palestinese. In questo vuoto Hamas ha potuto inserirsi per presentarsi come un quasi-Stato, capace di offrire ai palestinesi protezione e conforto e una narrativa nazionale efficace a sostenersi durante le privazioni. Un sistema che ha garantito ad Hamas una riconoscibilità e una riconoscenza che hanno cementato la sua presa sulla società palestinese e che non sarebbe stato possibile senza una efficiente e diffusa rete di sostegno economico internazionale.
Il sistema di finanziamento di Hamas
Il finanziamento di Hamas rappresenta un sistema complesso e resiliente, ben radicato grazie a fonti storiche e adattato alla realtà di una guerra prolungata e senza quartiere contro un nemico superiore in termini di tecnologia e reti informative come Israele. Storicamente, gran parte dei fondi proveniva dagli espatriati palestinesi – per lo più profughi per i quali il sostegno alla lotta armata rappresentava l’unica speranza di poter un giorno tornare nelle proprie terre – e donatori privati nei Paesi del Golfo Persico.
Da alcuni anni, tuttavia, Hamas è stata abile nell’intuire la necessità dell’Iran di trovare alleati nello scontro contro Tel Aviv, trasformando Teheran in uno dei principali sostenitori. Il governo iraniano – dopo decenni di relativa distanza per ragioni pratiche e ideologiche – oggi fornisce armi, addestramento e – soprattutto – contributi finanziari stimati intorno ai 100 milioni di dollari annui. Un altro attore chiave è stato il Qatar, che prima della guerra a Gaza forniva centinaia di milioni di dollari all’anno attraverso la fornitura di aiuti umanitari a Gaza, con il consenso israeliano.
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Dopo il blocco imposto da Egitto e Israele tra il 2006 e il 2007, stabilito proprio a seguito della presa del potere nella Striscia da parte di Hamas, il gruppo islamista ha sviluppato una rete sofisticata di tunnel per continuare a importare beni dall’estero, oltre che per mantenere intatto l’afflusso di armi e munizioni. Il controllo sul commercio ha permesso ad Hamas di regolarlo e tassarlo, generando fino a 12 milioni di dollari mensili, almeno nel periodo pre-bellico. Durante e dopo la guerra iniziata nel 2023, che ha devastato Gaza portando a spostamenti di massa e condizioni di carestia per gran parte dei due milioni di abitanti, Hamas ha continuato a incassare attraverso tassazioni inflazionate applicate sui beni umanitari.
I canali di aiuti alla Striscia
Gli aiuti esteri per Gaza sono passati principalmente attraverso le agenzie Onu, in particolare l’Unrwa e l’Unicef. Tuttavia, tale gestione ha subito critiche per la presunta cooperazione con il governo civile di Gaza, affiliato con Hamas, cosa che ha portato Israele ha mettere al bando l’Unrwa in quanto “organizzazione terroristica” e spinto gli Stati Uniti a imporre sanzioni al suo personale. Accanto ai soggetti istituzionali, enti no profit musulmani o afferenti al movimento ProPal hanno gestito canali di finanziamento diretti ad alleviare le sofferenze umanitarie palestinesi ma che spesso hanno dovuto appoggiarsi a soggetti legati ad Hamas.
Era già accaduto con il caso della Flottilla Sumud, diretta a Gaza questa estate, e ora questa ambiguità è riemersa negli ultimi giorni. Secondo la difesa degli indagati, la semplice definizione di “organizzazione terroristica” sotto la quale Hamas è classificata in Italia non è sufficiente dal momento che il movimento palestinese compirebbe anche sostanziali attività non terroristiche. Il gruppo armato, insomma, non sarebbe una formazione esclusivamente sovversiva come le Brigate Rosse ma bensì anche un veicolo di funzioni umanitarie come quelle per le quali gli arrestati avevano raccolto i fondi.
Inoltre, questa è la tesi, non sarebbe possibile evitare la cooperazione con Hamas a causa della presa del gruppo nella Striscia. Tesi che ovviamente cozza con la percezione di (storicamente nota e comprensibile) simpatia verso il gruppo islamista da parte della galassia di esuli palestinesi all’estero, ma sulla quale – senza dubbio – la magistratura e i servizi di sicurezza italiani metteranno la massima attenzione.


















