Il fronte del No utilizza argomenti falsi e allarmismi sulla magistratura per bloccare la riforma Nordio; il Sì garantirebbe autonomia, indipendenza e terzietà dei giudici, rafforzando chi oggi subisce il potere delle corren
Bisognerebbe dirlo chiaramente, senza infingimenti, perché i cittadini possano davvero conoscere per deliberare: il fronte del No al referendum sulla giustizia, nelle sue varie articolazioni, sta fondando la propria propaganda perlopiù sulla base di argomentazioni false, sganciate dalla realtà e del tutto appiattite, come prevedibile, sulla retorica corporativa dell’Associazione Nazionale Magistrati.
Il cavallo di battaglia degli antiriformisti è noto: con la vittoria del Sì il pubblico ministero sarà fatalmente sottoposto al controllo dell’esecutivo. Peccato, però, che questo non corrisponda al vero: basterebbe leggere quale sarà, se il Paese avrà il coraggio di abbracciare il cambiamento, la nuova formulazione dell’articolo 104 della Costituzione, dove l’autonomia e l’indipendenza delle due nuove magistrature separate, quella giudicante e, per l’appunto, anche quella requirente, saranno pienamente garantite. Nulla di più chiaro del testo, delle parole scolpite nella legge, del loro nitido significato.
Ecco perché nonostante la magistratura associata, dimostrando scarsa dimestichezza con l’interpretazione letterale, sia sempre più creativa e incline, soprattutto quando non trova le leggi di suo gusto, a conclusioni ermeneutiche stridenti col senso dei lemmi o addirittura in aperto contrasto con il loro scopo, non possiamo tuttavia credere che la corporazione sia tanto ingenua da credere alle fake news che diffonde.
L’allarmismo ingiustificato
È bene che gli elettori lo notino: i toni sono quelli tipici di chi, trovandosi in difficoltà, in assenza di solidi argomenti giuridici, politici e storici, sceglie di spararla in tribuna e di affidarsi ad un ingiustificato allarmismo: “messa a rischio della democrazia”, “assalto alla autonomia e all’indipendenza della magistratura”, “riforma eversiva”, “ecco il piano di Licio Gelli”: questi e altri simili i refrain più diffusi. La campagna è impostata così. Anche sul tema del sorteggio, nodo cruciale, la musica non cambia: introdurre il sorteggio dei membri del CSM rappresenterebbe “uno scassinamento democratico”.
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Sarebbe vero, questo, se il CSM fosse un piccolo parlamento della magistratura, se fosse o dovesse essere davvero quell’organo di autogoverno che ANM ha sempre concepito e utilizzato a suo uso e consumo. Il CSM, invece, come ricordato da autorevoli studiosi in questi giorni, è un organo di alta amministrazione, è un organo di garanzia non solo esterna ma anche interna e non un organo di rappresentanza. È facile giocare la carta della paura ed evocare lo spettro dell’erosione democratica per smuovere i molti indecisi a sinistra; è facile, certo, ma è anche profondamente ingiusto e metodologicamente scorretto, perché produce una polarizzazione che allontana dai veri temi referendari: rafforzare la terzietà del giudice e frenare la degenerazione correntizia.
Il Pd tradisce il mandato riformista
Data per scontata l’adesione a questo tipo di scelta comunicativa da parte del Movimento 5 Stelle, che ha fatto del giustizialismo qualunquista uno dei suoi temi fondativi, il PD appiattendosi totalmente sulla linea strillata e sguaiata di ANM, sta tradendo il proprio mandato riformista, dando forza ad una realtà, quella della magistratura associata, che si è storicamente e strutturalmente sempre opposta al cambiamento, rappresentando una delle forze più conservatrici – in senso oggettivo e non di colorazione politica – della storia italiana.
ANM, infatti, nella sua sintesi, al netto delle sue sfumature interne, così come nell’88-’89 era contro l’introduzione del rito accusatorio, coerentemente nel ’99 si è opposta all’introduzione del “giusto processo” in Costituzione e oggi avversa la conferma della riforma Nordio. La battaglia cieca e assoluta alla separazione delle carriere non è frutto del caso: è l’apice di un percorso fieramente oppositivo, da parte delle correnti, a un processo penale liberale e all’allineamento dell’Italia agli standard processuali e ordinamentali delle democrazie avanzate. L’accusatorio non è ormai più neanche sulle labbra, l’inquisitorio è, invece, rimasto ben saldo nel cuore.
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ANM non poteva che essere contro questa riforma: non per difendere i diritti e le garanzie dei cittadini, come afferma di voler fare, ma esclusivamente per tutelare i propri interessi, in particolare la possibilità di continuare a controllare il CSM attraverso la degenerazione delle correnti e con i consolidati meccanismi spartitori che il grande pubblico ha conosciuto solo a partire dal caso Palamara. I cittadini si informino e poi decidano liberamente, ma non si facciano sedurre dal megafono di ANM. Piuttosto, pensino ai tanti magistrati che oggi subiscono il clima correntizio: la vittoria del Sì darà forza anche la loro.


















