2 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

27 Dic, 2025

Natanyahu sotto assedio tra proteste e scandali

Il premier israeliano travolto dagli scandali deve fare i conti con l’emorragia dei consensi


Che il governo di Benjamin Netanyahu fosse ormai pesantemente in crisi era un fatto ben noto già diversi mesi fa. Tuttavia, con l’arrivo della tregua a Gaza la situazione, secondo vari osservatori interni e internazionali, si credeva potesse migliorare, quantomeno sul fronte del consenso. Invece, dopo diversi mesi di “pace” a Gaza, i sondaggi disegnano un quadro di pesante difficoltà per la coalizione di governo, sempre più sotto accusa e costretta a gestire moti di protesta che richiamano l’estate di fuoco del 2023, quando migliaia d’israeliani bloccarono il Paese per protestare contro Netanyahu.

Sabato sera, ad esempio, centinaia di persone sono scese in piazza contro il governo, in quello che è stato solo una delle ultime manifestazioni d’insofferenza popolare nei confronti dell’operato di Netanyahu e dei suoi fedelissimi. Diverse crisi interne concorrono a rendere molto scomoda, al momento, la posizione del primo ministro: lo scandalo del “Qatargate”, che coinvolge direttamente importanti esponenti del governo e persone molto vicine a Netanyahu; la questione della leva obbligatoria per gli ultraortodossi; oltre agli strascichi della lunga guerra combattuta per due anni contro vari attori del Medio Oriente.

In quest’ultimo caso, le accuse di negligenza dell’esecutivo riguardo la questione della sicurezza nel sud d’Israele prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 continua a provocare critiche contro Netanyahu, che secondo l’opposizione starebbe tentando di influenzare le inchieste sull’accaduto. Mercoledì, in tal senso, la Knesset ha finalmente approvato la creazione di una commissione parlamentare, lasciando però all’esecutivo ampi poteri decisionali riguardo i lavori che tale organo potrà effettivamente svolgere. Una scelta che ha provocato, com’era prevedibile, forti proteste da parte dell’opposizione.  

Il caso “Qatargate”

Anche lo scandalo noto come “Qatargate”, comunque, sta danneggiando negativamente il primo ministro e il suo partito, visto che recenti dichiarazioni rilasciate da suoi ex collaboratori lasciano intendere che lo stesso Netanyahu fosse inserito nella rete corruttiva che da Doha si estendeva fino ai palazzi del potere di Tel Aviv.

In una recente intervista rilasciata all’emittente Kan, Eli Feldstein, ex portavoce di Netanyahu e uno dei principali indagati nella questione dei finanziamenti illeciti del Qatar, ha più volte fatto riferimento al premier, a suo dire fin dall’inizio consapevole della manovra qatariota e dei contatti tra i suoi collaboratori e Doha. Contatti volti, almeno secondo le accuse, a pubblicizzare in Israele e in Europa il ruolo del Qatar nei negoziati con Hamas e l’importanza di Doha per la stabilità della regione.

Il calo di consensi

Tutti i problemi interni e le critiche ricevute negli scorsi anni hanno intaccato la tenuta della maggioranza di Netanyahu sul Paese. Già a inizio dicembre, infatti, i sondaggi mostravano un drastico calo nei consensi del governo, che in caso di elezioni avrebbe perso la maggioranza portando a casa solo 51 seggi su 120 alla Knesset. A guadagnare dalla perdita di consensi della destra e dell’ultradestra sono stati i partiti centristi di stampo moderato, i quali però non potrebbero comunque governare senza alleanze ad hoc con i partiti arabi, anch’essi in crescita, o senza larghe intese con alcuni tra i meno oltranzisti tra i partiti dell’attuale governo.

Dati preoccupanti per Netanyahu visto che il 2026 sarà un anno d’importanti incontri elettorali, con le legislative per rinnovare la Knesset previste il prossimo autunno. E con la fiducia verso il governo ferma al 25%, l’attuale coalizione dovrà fare miracoli per tentare di non venir scalzata.

LEGGI Netanyahu: «Abbiamo ucciso il capo di Hamas, Raad Saad»

Al di là della crisi del governo, ciò che emerge con maggiore forza in Israele è una profonda frattura interna che rischia di polarizzare la popolazione e renderla incapace di dialogare. Uno stato di cose già ravvisabile prima della guerra ma che non ha fatto che aggravarsi a seguito delle difficoltà seguite al 7 ottobre. E a seguito, è bene dirlo, di alcune decisioni piuttosto discutibili dell’esecutivo.

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