Lo psicoanalista Luigi Zoja ha da poco pubblicato “Il nostro tempo. Narrare un’Europa”. Con lui discutiamo della condizione del vecchio continente
«L’Europa o sarà seria o non sarà. Sarà molto meno “divertente” delle nazioni, che erano già meno divertenti delle province. Dobbiamo scegliere: o fare l’Europa o rimanere eterni bambini».
Chissà se qualcuno dei leader europei che ieri si sono riuniti a Bruxelles si è mai imbattuto nel Discorso alla nazione europea di Julien Benda.
Luigi Zoja, psicoanalista – interprete della civiltà contemporanea e dei suoi “disagi”, già presidente delll’Associazione Internazionale degli Analisti junghiani, e autore di testi tradotti in quindici lingue – ha posto queste parole in esergo a una delle quattro parti che compongono il suo ultimo pamphlet Il nostro tempo. Narrare un’Europa (Bollati Boringhieri), che segue il fortunato saggio dello scorso anno Narrare l’Italia. Dal vertice del mondo al Novecento.
Perché il sottotitolo del suo libro è “narrare un’Europa” e non “narrare l’Europa”?
«La pretesa di narrare l’Europa sarebbe una pretesa di onnipotenza e nel libro me la prendo proprio con la supposta onnipotenza di tanti personaggi della scena globale contemporanea. Almeno chi scrive è meglio che stia più lontano dall’onnipotenza».
Nel libro parla anche della Russia come “terapia” dell’Occidente. Cosa intende?
«Nel ’22, quando scoppiò la guerra, molti colleghi terapeuti si attivarono subito per offrire psicoterapia ai bambini. In passato ho contribuito anch’io, con la guerra civile in Colombia o in Cina con il terremoto. Tutto nasce dai ricordi di mia moglie, che andava nel Donbas nel periodo della guerra a bassa intensità. Detto questo, la Russia non può essere ridotta a quel discreto pazzo di Putin, così come la Germania non può essere ridotta a dodici anni di nazismo. La cultura russa – certo, non la sua politica attuale – ha fra le sue ricchezze un “passo lento” (nella letteratura, nel cinema) che racchiude proprio una importante risorsa che l’Occidente sta perdendo».
La Russia oggi è al centro della scelta, sempre più urgente e drammatica, a cui è chiamato il nostro Paese: con l’Europa o con gli Usa.
«L’Italia non ha mai fatto una vera scelta per l’Europa. L’Italia repubblicana nasce in un ruolo subordinato: dopo la seconda guerra mondiale era in programma un processo per tutte le forze dell’Asse. Invece c’è stato il processo di Norimberga per la Germania e quello di Tokyo per il Giappone».
Perché per l’Italia non si fece alcun processo?
«I paesi che accusavano l’Italia di crimini di guerra erano la Jugoslavia, che nel ’47 aveva già rotto con l’Urss e aveva quindi perso l’appoggio dei vincitori e l’Etiopia, che era sotto protettorato delle Nazioni Unite. Nel frattempo gli inglesi e gli americani stabilirono che la cosa più urgente era prendere posizioni non nei confronti della guerra passata, ma nei confronti della nascente guerra fredda. Si trova in un documentario della fine degli anni ’80 della BBC, “Fascist Legacy”».
Questo per dire che l’Italia non ha mai preso veramente posizione?
«Esatto. Anche il compromesso storico del partito comunista andava in quella direzione».
Pur senza una scelta di campo netta, nella Seconda Repubblica tutti i governi hanno però confermato una scelta europeista. Oggi invece si tentenna.
«La cosa non mi stupisce, perché la Lega, che è al governo, in passato ha fatto affari con Putin».
Ma l’opposizione è altrettanto divisa, se non di più. L’altro giorno si è presentata in Parlamento con sei diverse mozioni sull’Ucraina.
«A sinistra non funziona niente. L’ho constatato negli anni ascoltando i miei pazienti, visto che tipicamente le persone che vanno in analisi fanno parte di una borghesia intellettuale più o meno progressista. Vedevo una casta, un parastato della piccola borghesia romana, senza voler essere nordista».
Rispetto alla scelta timidamente europeista dei governi precedenti una rottura c’è stata con il governo Conte.
«Che non a caso governava con la Lega. Siamo stati incapaci di preservare quel minimo di tradizione liberale che abbiamo».
La premier Meloni è un’europeista secondo lei?
«È l’unica premier che abbiamo avuto negli anni che parli l’inglese. Appartiene a quei ceti che sanno che è necessario fare un qualche sforzo per ricoprire un incarico istituzionale».
Nella nostra opinione pubblica c’è sempre stata la tendenza a snobbare la politica estera. Forse l’irruzione di questioni internazionali ha colto impreparato il nostro sistema Paese?
«Rovescerei il ragionamento. Noi italiani siamo provinciali, io ho trovato più conoscenza del mondo quando abitavo in Svizzera, che in teoria è un piccolo paese, per giunta piuttosto isolazionista».
Si parla spesso di Stati Uniti d’Europa, della creazione di una federazione europea. È un progetto realizzabile?
«Dobbiamo tenere presente che siamo in un’Epoca di postdemocrazia, per usare un concetto coniato dal sociologo britannico Colin Crouch. Manca una “lingua” europea, in tutti i sensi. Questo per la famosa questione della Vergangenheitsbewältigung tedesca, il senso di colpa che la Germania post ’45 si porta dietro. Soprattutto, però, mancava una coscienza europea nella sinistra tedesca di Weimar, quella sinistra che ora si è liquefatta da sola».
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Un’ampia parte del suo libro è dedicata all’identità ebraica dell’Europa.
«“Ebreo” viene da Ivrì, che significa “colui che passa”. C’è un museo ebraico a Hohenems, una piccola cittadina austriaca vicina al cantone di San Gallo e che era il luogo di passaggio dalla Germania verso la Svizzera. Quel museo spiega come gli ebrei asburgici siano stati i primi europei. L’impero asburgico è il primo nocciolo di Unione Europea. Era multilingue e multiculturale e aveva una iperproporzionale presenza ebraica. Questo non dobbiamo dimenticarlo anche noi laici e cristiani, che poi in fondo è la stessa cosa».
Come spiega il rigurgito di antisemitismo, che si è recentemente tradotto nell’attentato di Sydney?
«Quanto meno sappiamo approfondire culturalmente le tensioni che ci circondano, tanto più abbiamo bisogno di capri espiatori. Questo è stato tipico della Germania di Weimar negli anni ’20 e ha determinato il successo di Hitler in un paese allo sfascio, che aveva chiuso la prima guerra mondiale con i soldati ancora al di là dei confini di guerra. È successo qualcosa di simile in Russia dopo il crollo dell’Urss, ma in quel caso i dieci anni dopo il comunismo sono stati gli unici anni di libertà in un paese che ha avuto prima gli zar, poi il comunismo e ora il regime di Putin».
In questo scenario il nostro Paese come è messo?
«Noi siamo il ventre molle dell’Europa. L’Italia è un paese in cui si legge poco, a sud di Roma quasi non si legge. La Germania è in testa alla politica e all’economia europea perché ha avuto Lutero: sono cinquecento anni che lì i tassi di lettura sono più alti, perché Lutero ha fatto tradurre la Bibbia in tedesco e tutti hanno imparato a leggere. È banale ma è così, questi fenomeni lunghi vanno tenuti presenti anche quando si interpreta il mondo contemporaneo».
E sull’antisemitismo?
«Ci sono dati del Cdec, il centro di documentazione ebraica, che dicono che il pubblico medio italiano è convinto che gli ebrei in Italia siano tra il mezzo milione e i due milioni, invece sono meno di trentamila su 60 milioni, cioè 2 su 2 mila. Anche se la rappresentanza tra i miei pazienti è di più del 10%».
Del resto la psicoanalisi ha quell’origine.
«Ivrì è proprio il dialogo, il rinvio. Il rabbino discute, non ti trasmette dottrine. Persino Jung, uno dei pochi maestri non ebrei della psicoanalisi, cita in continuazione il Talmud e la Torah».


















