6 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Dic, 2025

Gozi: «Su Ucraina Italia ambigua, Meloni rema contro Ue»

Subito dopo le comunicazioni alla Camera della premier Giorgia Meloni, in vista della riunione del Consiglio europeo del 18 e19 dicembre dove di parlerà dell’Ucraina, abbiamo intervistato il deputato di Renew Europe Sandro Gozi, segretario del Partito Democratico Europeo, eletto a Bruxelles dalla Francia, in una lista promossa dal presidente francese Macron.

La premier Meloni ha rivendicato un ruolo da coprotagonista in Europa per l’Italia.

“L’Italia è a sostegno dell’Ucraina, ma non è in prima fila nell’aiuto all’Ucraina, non certo da protagonista. E poi continua a non uscire da un’ambiguità ormai assordante: è evidente che oggi con la posizione Usa ci sono due campi e non sono ponti. Questo non vuol dire che dobbiamo alimentare il conflitto con Trump: vuol dire però che dobbiamo darci gli strumenti, come Europa, per essere indipendenti e per essere efficaci e su questo non solo Meloni non è protagonista ma è assolutamente silente”.

La premier denuncia un’Unione europea inefficace. È un’accusa fondata?

“Che l’Unione Europea non sia abbastanza efficace è assodato. Il punto è che Meloni si oppone sempre a tutte le misure, a tutte le proposte che rendono l’Unione più efficace. Dire che l’Unione è lenta e poi difendere a spada tratta in qualsiasi caso il diritto di veto, è il miglior modo per fare scomparire l’Unione Europea dalla scena globale e favorire Russia, Cina o Trump. Meloni è parte del problema, non è parte della soluzione”.

Sul bilancio Ue, sempre Meloni dice che “non accetteremo di pagare di più per avere di meno”. È una posizione sostenibile se poi chiediamo più difesa e più competitività?

“Meloni si sta forse un po’ montando la testa: a Atreju l’hanno addirittura comparata a Margaret Thatcher, vuole forse riproporre il “I want my money back”. Solamente che Meloni non è Thatcher e l’Italia ha altri interessi. Trattare il bilancio in questo modo è un segno di debolezza e soprattutto in contraddizione con la necessità di costruire un’Europa della difesa, a meno che anche su questo Meloni intenda solo aumentare la spesa militare italiana comprando sistemi prodotti da aziende statunitensi, senza fare nulla per costruire una difesa europea che acquista dall’industria europea. Io sono per la seconda soluzione”.

Nel suo rapporto sull’allargamento dell’Ue, approvato dal Parlamento europeo il 22 ottobre 2025, lei chiede riforme istituzionali: quali?

L’Unione deve diventare più efficace e più potente, più democratica. Più efficace riducendo i veti e aumentando i casi di maggioranza qualificata; più potente, con una vera difesa europea e con una vera politica di investimenti comune; più democratica, rafforzando il potere del Parlamento europeo. Però, questo è il punto: quando vogliamo riformare, vogliamo accelerare, vogliamo dare più legittimità a questa Europa, Meloni vota contro. Ogni volta che si prendono iniziative che vanno nella direzione giusta, loro votano contro”.

Lei sostiene che a Bruxelles Meloni afferma la linea di Trump, perché?

“Trump e i suoi dicono che sono contro le organizzazioni sovranazionali, che sono contro la politica transnazionale, che sono contro le organizzazioni che decidono per gruppi di Stati e che sono unicamente per la cooperazione tra nazioni. Quindi certamente Meloni non è coprotagonista a Bruxelles: tra quello che dice e quello che fa c’è una grossa contraddizione; o meglio, diciamo che a Bruxelles è perfettamente coerente, ma col trumpismo”.

Se l’obiettivo per l’Ucraina è una pace che non premi l’aggressore, quali garanzie di sicurezza sono realistiche?

“Le garanzie di sicurezza sono almeno tre. Primo, che gli europei siano disposti a impegnarsi per rafforzare militarmente l’Ucraina, mentre il piano russo vuole limitare il numero dei militari ucraini. Due, che ci sia un impegno formale e vero degli Stati Uniti nel garantire la sicurezza dell’Ucraina, perché senza un impegno degli Stati Uniti oggi non possiamo da soli garantire la sicurezza dell’Ucraina. La terza garanzia di sicurezza è che l’Ucraina aderisca all’Unione Europea. Ma anche su questo, se l’Unione Europea non si riforma, l’adesione dell’Ucraina vuol dire paralizzare l’Unione Europea e quindi ritorniamo alla necessità di una riforma per l’Unione Europea che diventi più potente e più efficace”.

Cosa pensa degli asset russi congelati: vanno usati solo i proventi o anche il capitale?

“Io penso che di fronte alla portata della sfida e dei rischi storici che affrontiamo dovremmo usare entrambi. Tra i rischi di portata storica che corriamo, non aiutando adesso in maniera tempestiva l’Ucraina, e gli eventuali rischi remoti giuridici io scelgo i secondi e quindi credo che si debba agire su entrambi”.

La questione sospesa rimane l’allargamento dell’Unione: quali sono le condizioni non negoziabili per accelerare, le riforme dei Paesi candidati o quelle interne all’Unione?

“È interesse dell’Italia e dell’Unione Europea avere rapidamente i Balcani occidentali nell’Unione Europea. Ma un’Unione che ha 27 Stati con queste regole, con questo bilancio, con queste politiche già fa fatica a funzionare. Se passa a 32-33 Paesi e non si riformano né il modo in cui l’Unione decide, né il modo in cui l’Unione finanzia le proprie politiche, è difficile che diventi più efficace. L’Unione Europea per allargarsi deve riformarsi: le due cose vanno insieme. Dire che il veto nazionale è la migliore salvaguardia della sovranità è falso. È una visione propagandistica e formalistica della sovranità. Per riuscire nell’unificazione continentale ci vogliono più risorse comuni europee e meno veti nazionali”.

La buona notizia di queste ore è il rientro del Regno Unito, almeno per l’Erasmus. È solo un dossier “giovani-università” o un segnale politico più importante?

“È una giornata importantissima, direi storica, perché era fondamentale che noi scommettessimo sul futuro nella relazione euro-britannica. Scommettere sul futuro vuol dire scommettere sui giovani, vuol dire scommettere sul fatto che le future generazioni continueranno a conoscersi, a scambiarsi idee, a viaggiare liberamente. Ed è la migliore garanzia per ricordare a tutti: comunque siamo in Europa. I britannici sono europei e noi siamo europei anche se i britannici hanno lasciato l’Unione Europea. Quindi questo investimento sul futuro attraverso Erasmus è un passaggio storico. Ed è un passaggio storico che smentisce l’estrema destra e anche i conservatori alleati di Meloni: loro come lei volevano la Brexit, hanno stappato Prosecco e Franciacorta quando è accaduta; oggi questo accordo ripara uno dei tantissimi danni che la Brexit ha provocato”.

Il governo ha sostenuto che le nuove norme europee ci vedono come apripista con il “modello Albania”.  Ma dicono davvero questo le nuove linee guida?

“Credo che la Presidente del Consiglio si faccia una grossa illusione, o forse non ha letto bene i testi, perché certamente questi non aiutano l’accordo sull’Albania. Considerare poi come Paesi sicuri oggi Paesi come la Serbia di Vučić o la Tunisia è un errore ovvio, evidente: non possono essere considerati Paesi sicuri. Quello che dovremmo fare è applicare ancora più rapidamente il patto di immigrazione e adottare invece una nuova direttiva sui ritorni, perché certamente sui ritorni di coloro che non hanno il diritto d’asilo dobbiamo essere molto più efficaci”.

Il rischio è di spostare l’attacco ai giudici italiani in Europa?

“Mettere in discussione i diritti d’asilo, parlare di spostamenti di richiedenti asilo in centri fuori dall’Unione Europea, è tutta propaganda, non funzionerà. L’estrema destra in realtà vuole portare il conflitto con la magistratura a livello europeo: quando un giudice riterrà non applicabili queste finte soluzioni, ricomincerà l’attacco ai giudici”.

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