Tra il richiamo morale di Papa Leone XIV e il riorientamento strategico di Washington, l’Europa è chiamata a uscire dalle ambiguità: più responsabilità, più unità e una visione concreta per rinnovare il patto transatlantico.
Le parole pronunciate dal Pontefice sul rapporto euro-atlantico sono un monito contro chi, da entrambe le sponde, lavora in maniera più o meno consapevole per destrutturarlo, e hanno il raro pregio di riportare la discussione su binari di pragmatismo, senza cadere nelle retoriche polarizzanti del momento.
In tempi di rumore ideologico e di tatticismi di corto respiro, la voce di una leadership morale che richiama all’essenza dei valori occidentali è un faro nella notte buia. Perché, sarà anche il mio inguaribile ottimismo della volontà, ma l’alleanza tra Europa e Stati Uniti non è un’opzione strategica né tantomeno un vezzo, ma un pilastro fondante della nostra civiltà che ha garantito libertà, democrazia e pace ai nostri popoli per almeno tre generazioni. Chi la incrina, ne indebolisce i valori fondativi, rende l’Occidente più vulnerabile, e non rafforza né l’Europa né, al di là delle contingenze, gli stessi Stati Uniti.
La nuova dottrina americana e le responsabilità europee
La dichiarazione di Papa Leone XIV, come il dibattito di questi giorni, si innestano dentro un quadro nuovo, per molti versi a tinte fosche, che deriva dalla pubblicazione a inizio dicembre del “National Security Strategy” dell’Amministrazione statunitense. Il documento è scritto con parole che non dobbiamo sottovalutare, ma neanche strumentalizzare oltremodo. La “nuova dottrina”, che individua un disimpegno strutturale dall’assicurare la sicurezza “in tutte le aree globali”, riaffermando la centralità dell’emisfero occidentale e sollecitando gli europei ad assumersi per intero l’onere della propria difesa, è un tema declinato tanto in modo ideologico quando con realismo.
I toni sono oltremodo duri, talora polemici, ma la sostanza non è né nuova né priva di attinenza con la realtà. Essi riflettono la priorità strategica americana che guarda alla dimensione dell’Indo-Pacifico, ma, all’atto pratico, appalesano anche una debolezza statunitense, l’impossibilità politica, ma forse anche e soprattutto economico-finanziaria, di essere il “poliziotto del mondo”, la potenza egemone in grado di far rispettare le regole (quali?) e mantenere l’Ordine.
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Certo, c’è in quel testo una constatazione strutturale all’Europa – anche questa, se non nei toni, non del tutto nuova – alla quale si rinfaccia un sostanziale disinteresse a far fronte alle sfide sistemiche che la riguardano pur essendo in possesso – e su questo ci sarebbe molto da riflettere – dei mezzi e della ricchezza sufficiente per farlo. Posizioni dure a cui, però, fanno però da contraltare le recenti decisioni: la Camera dei rappresentanti ha approvato il piano da 900 miliardi di dollari che frena il minor impegno statunitense militare in Europa, che non potrà scendere sotto le 76mila unità, previe garanzie e consultazioni Nato.
Il riorientamento di Washington
Ma nel complesso l’approccio del Nss – tutt’altro che una svolta repentina – è frutto di un riorientamento delle priorità statunitensi che muove almeno dalla seconda presidenza Obama e non riduce il ruolo dell’Europa ma ne accresce la sua necessità e le responsabilità, non solo sul piano della difesa e della sicurezza delle aree a noi più prossime. Pensare che l’Europa non serva agli USA è un grande errore che, da amici e alleati, da Paese che deve declinare l’atlantismo senza tentennamenti e senza subalternità, dobbiamo segnalare.
Un caso su tutti. Se Washington guarda con occhi di lungo periodo alla competizione sistemica con la Cina, una postura ostentatamente severa verso il Vecchio Continente può avere un effetto paradossale: spingere segmenti europei, alcuni già consegnati al Dragone, altri già assai inquieti per dazi, sussidi e divergenze regolatorie, a cercare accomodamenti non solo tattici con Pechino. In questo contesto, si inserisce un rischio politico e industriale concreto che l’Europa deve prevenire non irrigidendo i toni, ma maturando una propria strategia coerente su sicurezza, tecnologia e commercio.
Perché qui entra in gioco una questione, tutt’altro che marginale per noi italiani, dello squilibrio commerciale tra la UE e la Cina. Gli ultimi rilievi dei centri studi, basati su dati Istat/Eurostat, registrano un disavanzo più che raddoppiato in sei anni: da –18,7 miliardi nel 2019 a – 43 miliardi nel 2025; con importazioni dalla Cina salite del 62% e un 2025 che vede, nei primi sette mesi, +29,3% dell’import e –10% dell’export verso Pechino. Non sono cifre da agitare per alimentare conflitti. Tutt’altro. Sono indicatori di vulnerabilità di filiere e segmenti produttivi che richiedono strumenti europei comuni per riequilibrare senza chiudersi.
Serve una risposta di lungo respiro
Per questo, la reazione europea al documento deve essere di lungo respiro. Senza cadere in un dibattito polarizzato, con pragmatismo, bisogna costruire e definire il nostro perimetro, il perimetro dell’Europa che serve e che non c’è, proprio sulla scorta dell’esternazione papale. Per diventare attore, per affrontare le sfide del domani, non basta evocare formule retoriche e posticce, che la recente storia ha dimostrato non essere sufficienti.
Serve affrontare i nodi politici, di una governance condivisa, strumenti possibili per progredire, anche sulla base di intese rafforzate e volontarie da fare solo tra gruppi di Paesi omogenei, in materia di politica estera e difesa. Serve, in sostanza, un passaggio dalla retorica dell’autonomia strategica alla capacità e alla visione strategica. Solo così il legame transatlantico sarà rinnovato, grazie a Nazioni europee più forti perché più unite e consapevoli della portata storica dei tempi che viviamo.


















