Le riflessioni di un filosofo originale scomparso di recente: che cosa accade al pensiero quando rinuncia a considerarsi misura unica del reale?
La morte del filosofo Giangiorgio Pasqualotto, avvenuta il 7 ottobre scorso, è passata quasi in silenzio, come se la filosofia italiana non avesse ancora trovato il modo di misurare fino in fondo la portata del suo lavoro. Eppure poche figure, negli ultimi decenni, hanno saputo mettere alla prova i confini del pensiero con la stessa paziente radicalità. La sua scomparsa lascia aperta una domanda: che cosa accade al pensiero quando rinuncia a considerarsi misura unica del reale e accetta di attraversare altre tradizioni, lasciandosi trasformare? Da questa domanda, che è biografica prima ancora che teorica, nasce tutto il suo percorso. Ci sono filosofi che scelgono un tema e gli restano fedeli per tutta la vita. Altri, più rari, cambiano orizzonte senza mai cambiare interrogativo. Pasqualotto appartiene a questa seconda specie: parte dall’estetica analitica e dalla filosofia del linguaggio, approda al buddhismo e al taoismo, incontra il filosofo Nishida, fondatore della Scuola di Kyoto, ma persegue sempre lo stesso intento: capire in che modo il pensiero cambi quando incontra forme di saggezza che non coincidono con il suo lessico abituale.
Nato a Vicenza nel 1946 e formatosi all’Università di Padova sotto la guida di Dino Formaggio, attraversa dapprima le regioni classiche del pensiero europeo: l’estetica tecnologica di Max Bense, e il pensiero critico della Scuola di Francoforte, il confronto serrato con Nietzsche. Frequenta riviste come “Angelus Novus”, “Contropiano”, “Il Centauro”, dialoga con Cacciari, Curi, Brandalise, Duso, Volpi. È la stagione in cui l’estetica appare laboratorio e frontiera: un luogo in cui si incrociano linguaggio, tecnica, politica, forme di vita. Ma proprio lì matura in lui una frattura: né l’analisi formale né il pensiero critico sembrano ricucire davvero lo scarto tra esperienza e concetto, tra la vita e la sua rappresentazione. Da questa inquietudine nasce la svolta verso Oriente. Con Il Tao della filosofia, alla fine degli anni Ottanta, Pasqualotto comincia a pensare la filosofia come comparazione fra pensieri d’Oriente e d’Occidente. Non si tratta di aggiungere qualche citazione esotica al canone europeo, ma di interrogare tradizioni che non separano così nettamente religione, arte, meditazione e quotidianità. Il buddhismo, il taoismo, il pensiero giapponese contemporaneo non entrano nel suo vocabolario come ornamenti, ma come forze che modificano dall’interno il modo stesso di fare filosofia. L’io smette di essere un sovrano isolato: diventa nodo in un intreccio di relazioni, processo più che sostanza. Estetica del vuoto, forse il suo libro più noto, porta fino in fondo questa trasformazione. L’arte d’Oriente – dal giardino zen alla pittura a inchiostro, dalla calligrafia alla poesia breve – non è repertorio di immagini lontane, ma laboratorio concettuale. Il vuoto non è mancanza bensì campo di possibilità; il silenzio non è difetto di comunicazione ma spazio di ascolto; l’assenza di un centro prospettico stabile non è povertà tecnica bensì scelta che riflette un’ontologia dell’impermanenza e della coappartenenza di tutte le cose. L’estetica diventa meditazione: un cammino che tenta di superare la scissione fra chi guarda e ciò che è guardato. Da qui in avanti, la filosofia come comparazione diventa la cifra esplicita del suo pensiero. Pasqualotto insiste su un punto semplice e radicale: non esiste uno sguardo che sia davvero neutrale. Ogni punto di vista è situato, già attraversato da confronti e influenze implicite. Comparare significa lasciarsi cambiare da ciò che si mette in rapporto. Non è il mondo a essere sospeso tra parentesi, ma il soggetto filosofante: mentre guarda, scopre di essere guardato; mentre interpreta, si accorge che anche le altre tradizioni lo stanno interpretando. In questo senso, l’intercultura non è una disciplina accademica, ma il destino del pensiero in un mondo interdipendente. In testi come East & West, Illuminismo e illuminazione, Intercultura e interdipendenza, l’orizzonte si allarga. Pasqualotto mostra come le categorie occidentali di soggetto, identità, autonomia, diritti, se messe a confronto con le tradizioni asiatiche, rivelino tanto la propria forza quanto i propri limiti.
L’illuminismo europeo, con la sua fiducia nella ragione, viene ripensato alla luce dell’«illuminazione» buddhista: non abbandono della lucidità, ma consapevolezza dei condizionamenti, dell’impermanenza, della natura processuale del reale. La ragione non è un faro esterno al mondo, ma pratica situata, che deve ridefinire periodicamente i propri confini. Una delle sue intuizioni decisive riguarda il ruolo del corpo. Contro ogni spiritualismo disincarnato, Pasqualotto legge la meditazione orientale come esercizio di attenzione incarnata: è il corpo che respira, cammina, soffre, a costituire la prima forma di conoscenza. Qui la filosofia come comparazione incontra quasi spontaneamente le ricerche contemporanee sulla cognizione incarnata: il pensiero non è un osservatore esterno, ma una funzione della vita che si organizza.
L’esperienza estetica non è un lusso culturale, ma il modo elementare in cui il vivente si orienta nel proprio ambiente. La sua insistenza sull’intercultura non ha nulla di irenico. Diffida tanto delle cerimonie retoriche del “dialogo tra civiltà” quanto delle chiusure identitarie che trasformano ogni differenza in minaccia. Intercultura, per lui, significa riconoscere che nessuna tradizione basta da sola a pensare i problemi di un mondo interdipendente; significa elaborare pratiche rigorose di confronto, in cui la comparazione non mette tutte le posizioni sullo stesso piano, ma costringe a esplicitare presupposti, interessi, punti ciechi. Il confronto è autentico solo quando trasforma anche chi lo esercita. In Alfabeto filosofico, uno dei suoi ultimi libri, condensa questa ricerca in forme brevi, quasi aforistiche. Voci come “corpo”, “vuoto”, “globalizzazione”, “libertà” tracciano una mappa sobria e inquieta. Di fronte alle promesse di una tecnica illimitata e ai rischi di una catastrofe ecologica e politica, la sua posizione è un “pessimismo attivo”: nulla garantisce che le cose andranno bene, ma proprio per questo il pensiero deve farsi vigilanza, interrogazione, responsabilità, pronto a correggere i propri automatismi e a inventare alleanze inedite fra saperi diversi. Accanto ai libri c’è il lavoro paziente nelle istituzioni. Per anni Pasqualotto insegna Estetica e Storia del pensiero buddhista a Padova, in corsi in cui Benjamin e Adorno incontrano Dogen, maestro zen giapponese del XIII secolo e Nishida. Contribuisce alla fondazione dell’associazione Maitreya a Venezia per lo studio della cultura buddhista, è stato direttore scientifico della Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini, anima l’associazione e la rivista Simplègadi. Sono luoghi in cui il suo pensiero diventa pratica condivisa: laboratori in cui leggere un sutra o un testo zen ha la stessa dignità di leggere Hegel o Kant, e in cui la meditazione può convivere senza imbarazzi con la discussione teorica. Al centro di questa prospettiva sta una figura particolare di soggetto: né individuo sovrano né semplice prodotto di strutture anonime. Il soggetto comparante è coinvolto in ciò che compara: è nodo in un reticolo di processi, sempre provvisorio, aperto a nuove relazioni. Qui la lezione buddhista dell’impermanenza incontra la critica occidentale dell’identità forte: ciò che siamo non si definisce per esclusione dell’altro, ma nel modo in cui permettiamo alle differenze di attraversarci senza dissolverci. Una filosofia interculturale matura evita così tanto le vetrine rassicuranti del multiculturalismo quanto le astrazioni di un universalismo vuoto, cercando procedure concrete per pensare “a tre”, includendo nella scena comparativa anche il proprio sguardo. La sua morte ha suscitato ricordi affettuosi, ma ancora pochi tentativi di comprendere davvero la profondità del suo contributo.
In un panorama filosofico spesso diviso tra specialismi tecnici e ripetizioni scolastiche del canone, Pasqualotto ha praticato con ostinazione l’arte più difficile: tenere aperto lo spazio del confronto senza perdere il rigore della critica. Il suo lascito non è un sistema, ma un metodo di attenzione: pensare significa accettare il rischio della comparazione, rinunciare all’ultima parola, imparare a vedere il mondo con più di uno sguardo alla volta. Forse è questa, oggi, una delle forme più esigenti di saggezza: non cercare un centro definitivo, ma sostare nell’ampio vuoto in cui le tradizioni si incontrano e si trasformano a vicenda.








