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La teoria delle finestre rotte, sciatteria e devianza

Wilson e Kelling: il comportamento umano influenzato dall’ambiente, in particolare dai segnali di disordine e degrado


Sono decisamente tanti gli esempi di studi sociologici che hanno prodotto teorie, applicate poi dai decisori politici in contesti fra loro anche molto differenti da un punto di vista socioeconomico e politico.

Una delle più note – e che peraltro ha suscitato anche molto clamore – è una teoria molto nota fra gli studiosi di devianza e, più in generale, di sicurezza delle nostre città. Nota come “Teoria delle finestre rotte” (Broken Windows Theory), è stata elaborata da James Q. Wilson e George L. Kelling e pubblicata nell’articolo “Broken Windows” nel 1982.

La teoria sostiene che il comportamento umano è fortemente influenzato dall’ambiente circostante, in particolare da segnali di disordine e degrado. Secondo Wilson e Kelling, «se in un edificio ci sono delle finestre rotte che non vengono riparate, presto tutte le altre finestre verranno rotte».

In altre parole, utilizzando questa metafora, gli Autori illustrano come la presenza di piccoli segni di trascuratezza e devianza non controllati possano incoraggiare comportamenti criminali più gravi.

Secondo la teoria, un ambiente curato, ordinato e rispettato comunica che quel luogo è controllato. Al contrario, un ambiente con graffiti, spazzatura, prepotenze, prostituzione o mendicità non gestite invia un messaggio di mancanza di controllo sociale, invitando altri a commettere reati minori o gravi. In pratica, la teoria suggerisce che prevenire il disordine minore può evitare crimini più gravi. Detta così, la teoria potrebbe anche apparire convincente ad una lettura semplicistica e sempre alla ricerca di un rapporto diretto causa-effetto. Difatti, ha ispirato politiche pubbliche, soprattutto negli Stati Uniti negli anni ’90, tra cui tolleranza zero per i crimini minori (vandalismo, consumo di droga in strada, accattonaggio), aumento del controllo di polizia nelle aree degradate, riqualificazione urbana per migliorare l’immagine dei quartieri.

Un esempio famoso resta quello di New York City degli anni ’90, dove il sindaco Rudy Giuliani e il capo della polizia William Bratton applicarono questa teoria, contribuendo – secondo molti osservatori – a una significativa riduzione del tasso di criminalità. Anche altre città, fra le quali Londra e Roma, hanno in parte fatto riferimento a questa teoria. Per quanto riguarda la capitale italiana, in verità, a differenza di New York o Londra, dove la teoria ha avuto un impatto diretto sulle politiche di polizia urbana, non vi è stato un’applicazione sistematica della “Teoria delle Finestre Rotte” , ma molti dei suoi principi sono stati utilizzati in modo discontinuo e strumentale. All’inizio del nuovo millennio sono state lanciate numerose campagne per il decoro urbano: slogan come “Roma merita di più” o “Città pulita” riflettono una visione affine alla teoria delle finestre rotte: migliorare l’ambiente per prevenire il degrado e il crimine. Si è così lavorato sulla rimozione di graffiti (specialmente quelli considerati non artistici), controllo degli ambulanti abusivi chiusura di spazi occupati oltre ad emettere numerose ordinanze anti-bivacco e anti-accattonaggio, tutte misure si ispiravano esplicitamente alla logica del controllo del disordine come prevenzione del crimine.

Le critiche all’applicazione romana della teoria sono state veementi e diffuse, inclusa quella di Amnesty International con il rilievo che alcune ordinanze violavano i diritti umani fondamentali, in quanto punivano condizioni di vita, non reati veri e propri.

In generale, comunque, l’applicazione di questa popolare teoria in diversi paesi ha ricevuto molte critiche. Fra le principali, quella dell’eccessivo controllo sociale: alcune politiche basate su questa teoria hanno infatti portato a una criminalizzazione dei poveri e a discriminazioni razziali. Alcuni ragionamenti hanno invece riguardato il fatto che correlazione non implica causalità: non tutti concordano sul fatto che il disordine causi necessariamente il crimine; potrebbe esserci una terza variabile, come per esempio la povertà, che causa entrambi. Ancora, effetti limitati nel tempo: alcuni studi mostrano che la riduzione del crimine avvenuta negli anni ’90 è stata generalizzata, e quindi non solo nelle città che hanno adottato questa teoria, suggerendo che fattori economici e sociali più ampi possano aver giocato un ruolo maggiore.

Si tratta insomma di una teoria che, come spesso accade, ha da un lato sostenitori convinti che il tipo di spiegazione possa in realtà chiarire alcune situazioni, e dall’altro critici verso i risultati, magari anche a partire dalle stesse premesse utilizzate per formulare le teorie stesse. Nel caso della “Teoria della finestra rotta”, comunque, qualche avvisaglia, non ancora identificabile con la teoria stessa, naturalmente, si era già avuta qualche tempo prima. Già nel 1969 lo psicologo sociale statunitense Philip Zimbardo, da sempre sostenitore della tesi che il comportamento umano sia fortemente influenzato dall’ambiente sociale e fisico, piuttosto che solo da fattori interni o personalità innate, effettua un esperimento particolare. Abbandona due automobili identiche, senza targa, motore acceso, portiere aperte, in due posti diversi. lasciandole incustodite per giorni per osservare cosa succede.

I luoghi scelti sono Palo Alto, in California, in un quartiere ricco, tranquillo, con bassa criminalità, e il Bronx a New York, quartiere povero, degradato, con alta incidenza di crimine. Il risultato fu che a Palo Alto, dopo diversi giorni, l’auto rimane intatta. Qualche persona curiosa si avvicina, ma non si registra alcun atto vandalico. Nel Bronx, invece, l’auto viene rapidamente saccheggiata: rubati sedili, ruote, radio. Inizia un processo di distruzione progressiva. Ma con grande sorpresa, Zimbardo specifica che i primi a danneggiare l’auto nel Bronx furono persone ben vestite, non criminali stereotipati, suggerendo che chiunque può commettere atti devianti in un ambiente che lo permette, interpretando i risultati come una prova del fatto che un ambiente disordinato e trascurato invita alla devianza. Le persone non sono malvagie di natura; diventano malvagie quando l’ambiente lo permette, questo è in definitiva il suo ragionamento. Come in molte altre situazioni di studio, anche l’esperimento di Zimbardo ha ricevuto critiche. La più forte ha riguardato certamente la questione dell’interpretazione soggettiva, considerato che altri psicologi sostengono che i risultati potrebbero dipendere da fattori economici e sociali strutturali, non solo dal disordine. In aggiunta, non è chiaro se l’auto sarebbe stata danneggiata comunque nel Bronx, indipendentemente dall’aspetto. Altro filone di critiche quello che riguarda la giustificazione di atteggiamenti moralistici: alcuni accusano Zimbardo di aver dato un fondamento scientifico a politiche repressive verso i poveri e i marginalizzati, anche se non era questa la sua intenzione.

Annotiamo anche che nel 2015, una trasmissione televisiva ha replicato l’esperimento in modo semi-scientifico, mostrando che l’auto non veniva toccata nemmeno in aree degradate, a meno che non fosse già iniziata la distruzione.

Insomma, le riflessioni su come e quanto l’ambiente esterno possa influire su comportamenti devianti sono moltissime e molto diverse fra loro. Perché se è vero che ancora oggi la “Teoria delle finestre rotte” abbia comunque qualche estimatore fra i decisori pubblici, è altrettanto assodato che sono state moltissime le critiche che hanno riguardato le misure adottate con la speranza di fare opera di prevenzione. Gli studi che hanno portato ad una serie abbastanza corposa di dubbi, perplessità e aperto contrasto sono molti, e riguardano aspetti differenti. Per esempio, quelli che si rifanno ad una vera e propria criminalizzazione della povertà e razzializzazione del controllo, che ha visto nel tempo la giustificazione di politiche di tolleranza zero che, almeno negli Usa, colpiscono sproporzionatamente le comunità povere e nere. Peraltro, il controllo aggressivo su comportamenti minori ha portato a un aumento degli arresti tra giovani afroamericani, senza necessariamente ridurre il crimine grave, con il risultato di creare una spirale di incarcerazione per reati minori, alimentando il sistema carcerario di massa.

Altro campo di critiche quello che riguarda la differenza fra correlazione e spiegazione causale dei fenomeni. Non è infatti possibile provare in modo certo che il disordine causi il crimine; potrebbe esistere una o più cause comuni, come per esempio povertà e mancanza di investimenti pubblici. Alcuni studi hanno peraltro dimostrato che in alcuni quartieri con alto livello di disordine il tasso di criminalità violento era basso, e viceversa. Insomma, il legame tra disordine e crimine è spesso interpretativo e non scientificamente dimostrato, e peraltro molte analisi confermano che per la validità della teoria spesso vengono usati dati poco rappresentativi o misurazioni soggettive del disordine. Molti studi, infatti, non distinguono chiaramente tra crimini gravi e minori, né tengono conto di fattori economici strutturali; per di più, la riduzione dei tassi di criminalità osservati negli anni ’90 nelle realtà che hanno centrato le politiche su questo approccio è stata osservata anche in altre città dove non è stata applicata questa teoria. Anche studi di geografia urbana hanno messo in rilievo che la riqualificazione urbana basata sulla teoria può diventare uno strumento di gentrificazione, dove si ripulisce un quartiere espellendone i residenti storici, spesso poveri, configurandosi così come una forma di pulizia sociale. Il tutto, peraltro, ignorando che le cause della criminalità possono essere ricondotte a povertà, disoccupazione, mancanza di servizi sociali e problemi di salute mentale. Tutti temi sui quali l’impegno è certamente maggiore e probabilmente meno redditizio, dal punto di vista politico. Perché giocare sulle paure naturali delle masse, concentrandosi solo sul controllo esteriore, affranca dal fare quello che, con grande probabilità, potrebbe risolvere parte consistente del problema: investire in educazione, lavoro, sanità e inclusione sociale.

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