La crescita del Mezzogiorno, «è una buona notizia», ma non basta per trattenere i suoi giovani, è troppo bassa, come lo è quella dell’Italia, gli altri Paesi sono più attrattivi. Servono infrastrutture, sono prioritarie quelle viarie e ferroviarie, se poi avanzano soldi, si può fare anche anche il ponte sullo Stretto. L’Italia deve sciogliere i nodi che frenano la crescita, dalla burocrazia alla giustizia ancora lenta. Quanto all’Europa, oltre al debito dovrebbe avere una spesa e una tassazione comune, ma non si vedono segnali in questo senso. Sono alcuni degli argomenti toccati da Carlo Cottarelli, economista e direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano intervenendo al convegno “Connessioni Mediterranee”, organizzato a Reggio Calabria, da
l’Altravoce.
Partiamo dal Mezzogiorno.
«È vero che negli ultimi due anni c’è stata una maggiore crescita del Mezzogiorno rispetto al resto delle aree del Paese. Vedremo cosa ci dice il 2025. È vero che le spese del Pnrr sono relativamente più concentrate in questa area. Ma il punto fondamentale è che tutta l’Italia cresce poco, per cui possiamo anche discutere del fatto che un’area cresce un po’ di più, ma stiamo dividendo lo zero virgola, è drammatico. Gli altri Paesi europei sono
più attraenti, per cui anche se il Sud cresce un po’ di più la gente va comunque via, come va via da tutto il Paese».
Come si inverte la rotta?
«Bisogna fare le riforme, cosa su cui siamo tutti d’accordo, non lo siamo sulle priorità».
Quali sono per lei?
«Guardiamo alla Spagna che è il Paese europeo che cresce di più, ci sono cinque aree in cui il divario con l’Italia è chiaro. La prima sulla burocrazia, serve una riforma della pubblica amministrazione. Il governo sta facendo qualcosa, ma se non si investe un enorme capitale politico per superare la difficoltà nel farla non si va da nessuna parte e questo governo, come quelli precedenti, il capitale politico non ce l’ha messo. Forse perché non si vincono le elezioni facendo la riforma della Pa. Bisogna poi intervenire per ridurre la pressione fiscale. In Spagna è di 6 punti percentuali inferiore alla nostra. Per ridurre le tasse però bisogna tagliare la spesa in maniera ragionata: non è che noi uccidiamo lo stato sociale se invece del 50% scendiamo di qualche punto. Si tratta di ridurre un po’ il peso della tassazione e un po’ quello dello Stato».
La terza?
«Bisogna ridurre il costo di energia. In Spagna è dimezzato rispetto al nostro. Speriamo che con il decreto che il governo dovrebbe varare a breve si faccia un passo avanti. La quarta priorità riguarda la giustizia, ci sono stati progressi, ma i processi sono ancora troppo lenti. L’immigrazione è un tema su cui la Spagna ha un vantaggio oggettivo, potendo “attingere” dall’America Latina persone che parlano la stessa lingua e riescono ad integrarsi più facilmente. Bisogna creare un canale di immigrazione regolare in Italia, sottrarre il tema al dibattito ideologico e costruire una strategia legata allo sviluppo».
Il governo ha varato una manovra “leggera”, 18,7 miliardi, concentrata sul risanamento dei conti e sulla riduzione della pressione fiscale sul cento medio.
«In passato ci sono stati tagli più forti per i redditi più bassi, ora si interviene sul ceto medio che non sono
i ricconi, il taglio interessa i redditi fino a 200 mila euro con un beneficio proporzionale al reddito che è decrescente. Ma stiamo comunque di 2 miliardi e mezzo, l’1% del gettito europeo, si tratta quindi di piccole cose».
Si poteva fare di più?
«All’ultimo momento non si può fare niente. Per abbassare la pressione fiscale, che è al livello tra i più alti degli ultimi 20 anni, bisogna fare una revisione della spesa. Ma qui c’è un problema politico: la puoi fare soltanto se hai avuto un mandato politico ad hoc, questo governo non l’ha avuto, come non l’hanno avuto i governi precedenti. Ci vuole qualcuno che si presenti con una motosega, un po’ più piccola di quella di Milei, e chieda un mandato per tagliare le spese e le tasse, le due cose si devono fare insieme, perché di fronte ai vincoli di bilancio non si può intervenire solo sulla tassazione. Certo, non so se si vincono le elezioni in questo modo…».
Svimez ha sottolineato che per sostenere lo sviluppo del Sud, il turismo e i servizi non bastano, servono le infrastrutture e l’industria. Intanto l’Ilva è un gigante in agonia…
«Un conto sono le infrastrutture, un altro sono le iniziative industriali. Le infrastrutture pubbliche sono necessarie.
Il capitale pubblico è importante, in tutti i Paesi, per rafforzare i mezzi di trasporto, ad esempio. Rispetto alla realizzazione del ponte sullo Stretto va valutato se i soldi vanno spesi per fare il ponte, oppure per rafforzare le reti stradali, ferroviarie, ecc».
Lei come la pensa?
«È prioritario mettere a posto le reti stradali, le reti ferroviarie locali della Sicilia e della Calabria, dove un altro grande problema riguarda le reti idriche che sono a pezzi. Se rimangono soldi anche per fare il ponte sullo Stretto, bene».
Bisogna mettere in campo una politica industriale?
«Quando ne sento parlare, mi viene l’orticaria, non perché sia contrario alla politica industriale fatta dallo Stato, ma se non riesce a gestire bene la sanità, la giustizia, e altre cose, stiamo freschi se si mette a fare l’imprenditore industriale. Compito dello Stato è creare le condizioni che consentano alle imprese di operare al meglio, quindi semplificazione burocratica, giustizia più veloce, costi dell’energia più contenuti, eccetera. Intanto, se c’è una
cosa che funziona in Italia è il turismo, ma parliamo di overtourism: se guardiamo ai numeri siamo al dodicesimo posto in Europa per rapporto tra turisti e popolazione. C’è il problema della casa? Mettiamo il settore privato nelle condizioni di costruire più case, se poi lo Stato ha pure i soldi per fare le case popolari tanto meglio. Ma la risposta non può essere impedire ai turisti di venire o introdurre tasse sui turisti che arrivano. Il Sud gode di vantaggi comparati non rispetto al resto dell’Italia perché l’Italia è tutto bellissima, ma rispetto agli altri Paesi dell’Europa, è dobbiamo usarlo per creare occupazione e reddito».
Tornando all’Europa, l’ex presidente della Bce, Mario Draghi, ha più volte rilanciato l’appello ai Ventisette affinché aumentino gli investimenti necessari a fronteggiare le sfide in campo, dalla difesa alla transizione green e digitale, e per un nuovo piano di debito comune. Ritiene che stiamo maturando le condizioni per superare
le resistenze che tengono questo piano in stand by?
«Quello che dice Draghi è giusto: in Europa c’è la necessità di fare cose su una scala maggiore perché altrimenti
non riusciamo a competere con le grandi imprese americane e cinesi. Tra le prime 100 imprese del mondo per capitalizzazione, solo 8 sono europee e se mettiamo insieme il capitale di questi 8 grandi campioni non si arriva neanche a metà della capitalizzazione di Nvidia, che è la più grande impresa per capitalizzazione del mondo. Pensiamo alla difesa, abbiamo imprese troppo piccole. Tuttavia non vedo segnali in questo senso, basti pensare
che la Germania e altri Paesi si sono opposti all’aumento del budget del bilancio dell’Unione Europea, dall’1,1% del Pil a 1,15% del Pil, proposto dalla Commissione. Ma se non si mettono insieme i soldi, la capacità di tassazione e di spesa allora mettere insieme solo la capacità di fare deficit non è una grande idea. Se vogliamo fare cose in comune dobbiamo mettere in comune anche le risorse, quindi dobbiamo avere una tassazione a livello europeo, non aggiuntiva rispetto a quella dei singoli Paesi ma sostitutiva, e una spesa europea. A quel
punto si riescono a fare infrastrutture europee e così via. Poi un po’ di debito si potrà anche fare. Ma non mi pare ci sia la volontà politica di muoversi in questa direzione. Speriamo che le cose cambino».









