Negli ultimi decenni abbiamo interiorizzato un’idea quasi dogmatica della pace: come se fosse l’ordine naturale delle cose, una condizione permanente e garantita dall’Ue. Tra 1990 e 2022, i Paesi europei hanno ridotto eserciti, scorte, infrastrutture strategiche. Abbiamo scambiato la difesa per un servizio in outsourcing, da delegare alla Nato, cioè in larga parte agli Stati Uniti. E quando la Russia ha invaso l’Ucraina, abbiamo scoperto che i magazzini di munizioni avrebbero retto poche settimane, ma soprattutto che le società europee non erano culturalmente preparate al conflitto.
I sondaggi
I sondaggi lo dicono senza giri di parole: meno di un terzo degli europei sarebbe disposto a difendere il proprio Paese. Secondo una ricerca del Censis pubblicata quest’anno, solo il 16% degli italiani (fascia 18-45 anni) dichiarerebbe di essere “pronto a combattere” in caso di guerra. Sempre secondo la stessa indagine il 39% si dichiarerebbe pacifista obiettore, il 19% cercherebbe vie per evitare la leva, il 26% affiderebbe la difesa a “mercenari stranieri”: una sorta di disimpegno collettivo dalle armi. Intendiamoci, sono dati che possono essere letti da diversi punti di vista, su cui si può dissentire o essere concordi. Nessuno, naturalmente, vuole invocare qui un militarismo di ritorno, né tanto meno evocare fantasmi nazionalistici. Tuttavia quello di cui questi sondaggi ci parlano oggettivamente è, appunto, della nostra radicata convinzione che “qualcun altro” – Washington, la Nato, il destino, la Provvidenza – interverrà al posto nostro in caso di pericolo.
La difesa
La questione, dunque, non è la guerra, ma la difesa. E difendersi è un atto politico prima ancora che militare. Significa riconoscere che la pace non è un diritto acquisito, e che le libertà europee – imperfette, contraddittorie – valgono più dell’ordine autocratico che ci preme ai confini. Significa, pertanto, prendere sul serio Putin, ma anche prendere sul serio noi stessi. È da quando è iniziata la guerra che l’Unione europea denuncia le aggressioni di Mosca, difende la sovranità ucraina, firma piani di aiuto, convoca vertici. Ma nel frattempo non abbiamo ancora risposto a noi stessi su che cosa siamo disposti a rinunciare per evitare che altri decidano per noi. Ogni euro destinato alla difesa, è vero, è tolto a pensioni, scuole, welfare, eppure se la difesa fallisce, tutto il resto diventa irrilevante. Inoltre difendersi significa accettare che lo Stato imponga standard, esercitazioni, vincoli, protocolli. Non viviamo più nel 1985: le minacce non vengono solo dai carri armati. Riguardano infrastrutture, cyberattacchi, reti energetiche, comunicazione. Questa schizofrenia tra linguaggio democratico e impotenza strategica è il vero nocciolo della nostra vulnerabilità. Perché gli autoritarismi si nutrono esattamente di questo: della differenza tra ciò che diciamo e ciò che possiamo effettivamente fare.
Zelensky in tour
In questi giorni abbiamo assistito al tour de force diplomatico di Germania, Francia e Regno Unito per ammorbidire i punti più filorussi del piano di pace di Trump, negoziato con l’aggressore. Ma resta il nodo più ingombrante: se non sei una potenza che può difendere ciò che firma, il tavolo negoziale è solo un esercizio di retorica. Zelensky lo ha capito da subito: l’Europa è un partner morale, ma non ancora una potenza deterrente. E senza deterrenza non c’è pace, c’è solo tregua delegata alla buona volontà dell’autocrate di turno. Ma forse la domanda che nessun leader europeo osa porre ai propri cittadini è ancora più semplice e brutale: vogliamo finalmente essere un continente unito che si assume il proprio destino o un insieme di territori che spera di non essere toccato dal destino altrui? Finché non rispondiamo a questo, la nostra posizione resta sospesa.
Il bivio
L’Europa è a un bivio esistenziale: può continuare a credere che la storia sia una parentesi e che tutto si risolva “con il dialogo”, anche quando dall’altra parte c’è un regime che da anni procede per annessioni, occupazioni e invasioni, oppure può riconoscere che essere democratici significa essere esposti. Significa, cioè, accettare il rischio della libertà, e dunque il dovere della sua difesa. Nessuno chiede all’Europa di diventare militarista; ma tutti dovrebbero chiedere all’Europa da quale posizione intende difendersi, se da quella della scelta responsabile o dello spettatore che resta a guardare. È l’unica decisione che ancora possiamo prendere noi, prima che la prendano gli altri per noi. Se continueremo a eluderla, qualunque piano di pace – americano, europeo o ucraino – si rivelerà fragile e reversibile.









