Il caso della famiglia del Bosco spacca l’Italia in tifoserie, ma forse nessuno dei due campi ha valutato appieno la situazione
«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza»
Se il povero Thoreau fosse vissuto ai giorni nostri, se avesse avuto moglie e figli e si fosse trasferito in una capanna a Palmoli invece che sul lago di Walden, ora sappiamo che gli avrebbero mandato i servizi sociali e, chissà, non avrebbe avuto l’animo e il tempo di scrivere il suo capolavoro ambientalista. Ma non è questo il punto. Per Thoreau il bosco non era un mito, era un esperimento, un laboratorio per misurare quanto della nostra vita sia autentica e quanto sia semplice imitazione.
Forse lo era anche per la famiglia di Palmoli e il suo progetto educativo alternativo (niente smartphone, niente acqua corrente né elettricità, unschooling e vita “essenziale”). Non possiamo saperlo. La vicenda a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi non è semplice. E a renderla più complessa è stato l’intervento del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, con l’allontanamento dei tre figli della coppia naturista (una bambina di otto anni e due gemelli di sei, collocati con la madre in una comunità educativa).
Quel che è certo, però, è che l’Italia per tutto il weekend si è divisa fieramente sui social network in due fazioni opposte, due tifoserie, come di consueto. Una metà del Paese – e della piazza virtuale – è stata improvvisamente colta da un rousseauismo di ritorno. Sono i fricchettoni della domenica, quelli per cui “la natura è buona e la civiltà è cattiva”. Per loro anche l’istruzione scolastica è un’imposizione autoritaria, mentre lo spontaneismo è virtù. È la pedagogia da “L’attimo fuggente”, il film forse più frainteso della storia del cinema.
È la stessa ingenuità che ha fatto un mito di Christopher McCandless, il giovane americano che dopo aver abbandonato la sua vita agiata per viaggiare in solitaria attraverso il Nord America, morì avvelenato in Alaska nel 1992 (ne ha tratto un bellissimo film Sean Penn, intitolato “Into the Wild”). Da loro è partita la campagna d’odio online nei confronti della presidente del tribunale, condita da insulti e minacce. Palmoli, in effetti, non è nemmeno un caso solo italiano, ma un frammento di un fenomeno globale.
Il fenomeno dell’uscita “dal sistema”
In tutto l’Occidente cresce il desiderio di “uscire dal sistema”: dai ritiri minimalisti della Silicon Valley alle eco-comuni francesi, dai survivalisti americani ai villaggi nordici senza scuola. È la nuova utopia del post-liberale: l’illusione che basti “lasciare tutto” e isolarsi per essere liberi. Una fantasia destinata a scontrarsi con la realtà. In questa idea che vivere lontano dalla società sia di per sé una rivendicazione di autenticità, una protesta contro la standardizzazione moderna, il bosco diventa, infatti, un altare laico della purezza perduta.
Il problema è che questa idea di natura è farlocca. Non è quella studiata da Darwin, né quella meditata da Leopardi, che ne coglieva la ferocia, l’indifferenza, la sua totale impermeabilità ai destini umani. È la natura come ci piace immaginarla, un po’ Mulino Bianco e un po’ Arcadia. La spontaneità educativa, in questa visione ideologica, diventa un valore in sé, nonostante l’esperienza storica – e quella personale di chiunque abbia cresciuto un figlio – ci ricordi che crescere è un processo fragile, che richiede continuità, stimoli, comunità, struttura.
I difensori delle istituzioni
Dall’altra parte della barricata, c’è chi, invece, alla parola “casolare” accende automaticamente il faro dell’emergenza. Sono gli agguerriti difensori del benessere dei minori, quelli del fronte della legalità e dell’intervento istituzionale. Eppure, anche questa posizione – apparentemente razionale – poggia su un terreno scivoloso. Perché la tutela dei minori è un territorio ambiguo, una decisione interpretativa, e come tale comporta un rischio enorme: quello di intervenire dove non è necessario o di non intervenire dove sarebbe urgente.
I servizi sociali lavorano in condizioni difficilissime e hanno responsabilità gigantesche senza gli strumenti adeguati per sostenerle. Il Tribunale per i Minorenni, dal canto suo, prende decisioni nel dubbio, spesso nell’urgenza, quasi sempre nel silenzio delle informazioni mancanti. Prendere tre bambini e portarli via non è mai un gesto neutro. È un trauma. Non solo per quei bambini, ma per la società tutta, che decide quando una famiglia non è più una famiglia.
L’allontanamento è una misura estrema, ma è anche una misura discrezionale. E la discrezionalità – in questo caso la responsabilità di decidere il confine tra libertà e abbandono – in assenza di risorse e strumenti, rischia facilmente di diventare arbitrio. Le motivazioni dell’ordinanza, nel caso della famiglia nei boschi abruzzesi, includono un’abitazione ritenuta “fatiscente” e priva di utenze, e una “grave negligenza genitoriale conseguente alla mancata frequentazione di istituti scolastici e all’isolamento”.
Certo, i bambini erano iscritti in un percorso di istruzione parentale legale, ma altrettanto scivolosa è la questione dell’homeschooling. In teoria è un diritto, in pratica un campo minato. Dietro ci possono essere famiglie motivate e preparate, ma anche fughe da responsabilità didattiche, rifiuti ideologici, settarismi mascherati da pedagogia. Palmoli, da questo punto di vista, è una tappa di una lunga, continua tensione italiana tra libertà e standard, autonomia e appartenenza, innovazione e improvvisazione. E tuttavia, nel dibattito pubblico (o sui social), questa complessità evapora: la tutela diventa un principio astratto, come se lo Stato fosse sempre infallibile quando interviene, oppure, al contrario, è additato come un Leviatano che impedisce le libertà dei cittadini.
La risposta della politica
Poi ci sono i politici, naturalmente, specchio fedele e allo stesso tempo deformato del nostro Paese. La premier Meloni e il ministro della Giustizia Nordio valutano l’invio di ispettori ministeriali per verificare procedimento e gestione. Matteo Salvini, che non è un fricchettone, ha inaspettatamente difeso la famiglia nel bosco come simbolo di libertà contro l’invadenza dello Stato. Peccato che quella stessa libertà, quando riguarda le famiglie rom, diventa immediatamente per lui “degrado”, “illegalità”, “abbandono educativo”.
La sinistra – come ha mostrato l’intervento di un’esponente di AVS – invece di sostenere la coppia green, come ci si sarebbe aspettati, invoca la tutela, la vigilanza, l’intervento dello Stato, preferendo leggere ogni deviazione come un problema strutturale. Pare che tema la libertà degli altri quasi quanto la destra teme l’eguaglianza. In tutta questa confusione, manca l’unica domanda adulta che dovremmo porci: come si protegge un bambino senza distruggere la sua famiglia?
E come si rispetta una famiglia senza abbandonare un bambino? È qui che si misura la maturità di una democrazia. Non nella punizione dei deboli, né nella retorica della libertà assoluta, né nella sacralizzazione dello Stato. La famiglia nel bosco non parla del bosco. Parla della nostra incapacità di ragionare sulla libertà quando essa riguarda gli altri.
Parla di un Paese che ama lo Stato purché intervenga altrove, non su di noi. Parla della difficoltà di distinguere tra autenticità e imprudenza, tra tutela e dominio, tra fragilità e colpa. Thoreau cercò nei boschi la possibilità di essere più consapevole. Noi, ancora una volta, l’occasione per azzuffarci. E per fare ammuina.












