La finale di Coppa Davis tiene oltre sei milioni di telespettatori incollati davanti alla tv: il tg della rete ammiraglia viene posticipato
Il “Cavallo Morente” (è proprio questo il titolo della scultura di Francesco Messina eletto a simbolo della Rai) ha ripreso vita nel weekend, galoppando come fosse un Ribot, il cavallo del secolo, per i suoi due Arc de Triomphe o le “16 corse 16 vittorie”, o trottando come fosse un Varenne, il Capitano, per i suoi due Amérique, tre Lotteria o i 62 successi su 73 corse, o saltando in alto come fosse un Oreste, l’equino compagno d’oro del primo olimpionico italiano, Gian Giorgio Trissino, a Parigi 1900, o pure in lungo e largo come Posillipo con in sella Raimondo D’Inzeo a Piazza di Siena, Olimpiadi di Roma 1960.
La Rai riscopre il tennis
E questo allegro scalpitare e sgroppare del “cavallo morente” si deve al fatto che la Rai ha riscoperto il tennis, o forse è piuttosto il tennis che ha fatto riscoprire la Rai. Con una ricetta del “buon tempo antico”, evocata dal nome “Davis” e dal color di maglia, “Azzurro”, un piatto che ha preso un sapore speziato grazie a due tipi talmente normali da essere speciali come Matteo Berrettini e Flavio Cobolli, che nell’epoca del “famolo strano” (un salmonaro sparagol, il norvegese Haaland, un isolotto che non era che un liquore al mondiale di calcio, Curaçao, un colosso rifugiato ucraino che ora si chiama Aonishiki Arata e tre anni fa si chiamava Danilo Yavhusishyn, e che in Giappone è appena diventato un “ozeki” de sumo, il secondo grado dei maestri e presto sarà “yokozuna”, il primo, per restare nello sport e non passare le inferriate che recintano il giardino della Casa Bianca…) fanno quello che una nuova generazione di ragazzi da “la meglio gioventù” hanno imparato a fare in Italia come in nessun altro posto al mondo: il tennis.
Share da record
È stato grazie a questi due, un romano nato e un romano cresciuto (il più grande, Matteo, adolescente, faceva da babysitter e da faro al piccolo Flavio sui campi dei circoli romani, quei campi dove nacque anche il calcetto e che ora in molti casi si sono precipitosamente e frettolosamente arresi al meno costoso e più redditizio padel: contrordine compagni…) che un italiano su 3, cioè oltre il 31 per cento di share, ha fatto parte di quei più di 6 milioni (6,2 dicono i rilevamenti) ha fatto parte di quel popolo di total audience, che è l’assistere con qualsiasi mezzo, tv, tablet, telefonino e così via pezzotto escluso, che ha seguito l’incontro (cinque ore e mezzo di diretta: da sbarco sulla Luna) e toccato il picco quando, Cobolli in rimonta, ha compiuto quel grande passo per un tennista e non tanto piccolo per l’umanità perché era quello dell’inedito vincere tre Davis di seguito da quando non c’è più “challenge round”, la sfida al detentore.
La partita
Erano spettatori dal vivo, dunque da calcolare oltre i 6 e passa milioni, le migliaia al palazzetto di Bologna, tra le quali vanno compresi il singolarista Sonego e i doppisti Bolelli e Vavassori: non c’è stato bisogno di loro, perché Berrettini e Cobolli hanno risolto la pratica sempre in proprio. Non c’è stato bisogno neanche di Sinner e di Musetti, perché il tennis italiano è diventato così forte da potersi permettere un turnover che neanche l’Inter (…), per non dire del Real, del City o del Psg.
Arbore “ribaltato”
Questi “eroi” (ma non dite loro così, sennò Berrettini vi prende a pallate, e vi sconsigliamo, “non siamo eroi” ha detto, giacché sa che gli eroi sono altri) hanno vinto sì contro la Spagna ma davanti a loro si è arreso anche il Tg1: la cosiddetta “nave ammiraglia” di RaiUno ha ritardato l’inizio per consentire l’emozione di vedere Cobolli “finire il lavoro” condotto da tutta la squadra di Capitan Volandri e di Presidente Binaghi. “Vengo dopo il Tiggì” cantava Arbore: con il tennis è il Tiggì che viene dopo.
Il calcio in sordina
E magari per una volta hanno perfino messo la sordina a quel che succedeva nei vari campi di calcio che si sparpagliavano per network e tv a pagamento: la vittoria della Roma a Cremona che consentiva ai giallorossi di prendersi il primato che nella serata l’Inter le avrebbe lasciato in solitudine perdendo il derby. Il Napoli degli scontenti accontentati da Conte e messi in campo il sabato (Neres, Lang) e subito ritrovati, aveva ripreso a vincere, mentre la Juve di Spalletti stentava ancora a guarire di “pareggite”, come si dice, e il Bologna sornione s’era rifatto sotto.
Il derby di Milano
Poi venne Gasp senza punta ma con la puntina Baldanzi (l’avversario Baschirotto sembrava la sua matrioska) che non ha segnato ma non vuol dire. E alla fine il “corto muso” di Allegri, che un rigore di quelli che per bontà d’animo si chiamano “rigorini” (a favore dei soliti perdono il diminutivo) stava per beffare. Fa sorridere che si dica: “a velocità normale sembrava o non sembrava”. Si deve giudicare a scartamento ridotto? In fondo togliere al calcio la sua velocità, la sua dinamicità, è come ridurlo a un video da calcio artificiale. È la gogna del Var, che qualcuno chiama Var-gogna. Suona meglio…








