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Guerre e catastrofi con il tatto del galateo

L’arte della diplomazia è molto antica: oltre 1200 anni prima di Cristo, un trattato regolava i rapporti fra il faraone Ramses II e l’ittita Hattusili III


Valigette nere contenenti documenti scottanti, sistemi di cifratura, messaggi riservati e dispacci, il tutto condito dall’uso di un linguaggio semplice e scevro da possibili fraintendimenti, diretto e partecipativo. Questi, sono soltanto alcuni dei modi essenziali ed indispensabili per l’esercizio di un’antica e preziosissima arte, quella della diplomazia.

Garibaldi la definiva come una vecchia ingannatrice da cui era meglio stare alla larga, mentre per Churchill era un espediente per limitare il potere. Invero, la diplomazia da sempre ha svolto un ruolo importante nell’evoluzione e nel consolidamento degli Stati, dando un apporto di rilievo al processo di globalizzazione, essendo una delle prime reti createsi in ambito internazionale già a partire dal Cinquecento. Un’arte che si basa sulla creazione di un contesto di reciproca conoscenza e valida efficacia comunicativa, grazie anche a protocolli ben definiti che tendono ad utilizzare codici comportamentali ripetuti nel tempo, per cui spesse volte anche il cosiddetto “cerimoniale” assume una importanza precipua nella costruzione delle relazioni diplomatiche.

Se lo stereotipo del diplomatico che muove i fili, conduce macchinazioni e ordisce congiure da dietro le quinte risponde probabilmente ad una visione comune e forse in parte vera, di certo è una lettura troppo semplicistica per descrivere questa professione. Interessante è la definizione data dallo scrittore francese Andrè Maurois ne Elogio del diplomatico definendola come “l’arte di esprimere ostilità con cortesia, indifferenza con interesse, ed amicizia con prudenza”.

É sicuro che l’attività diplomatica fosse ampiamente praticata nell’antichità, dalle polis greche a Roma, da Bisanzio alla Cina imperiale. Anche se non è documentata la presenza in epoca antica di un’organizzazione permanente preposta all’espletamento delle attività diplomatiche. Il Trattato di Qadesh (1259 a.C.), tra il faraone Ramses II e l’ittita Hattusili III, è il più antico accordo diplomatico conosciuto. Ma, furono i Greci a concepire per primi una forma di diplomazia per certi versi simile a quella moderna, come racconta Tucidide. Nel VI secolo a.C., il popolo greco decide di scegliere i suoi ambasciatori tra i più abili oratori o tra i più preparati avvocati del foro. E così, se in precedenza il “diplomatico” era essenzialmente un araldo investito del compito di comunicare con gli stranieri, successivamente nel tumulto politico dell’Età Classica, gli ambasciatori diventano dei valenti retori, inviati da una polis ad un’altra col mandato di usare la propria ars oratoria a difesa della causa della loro città. Questo perché, già allora, l’arte della diplomazia era strutturata su regole ben precise, una di queste riguardava proprio l’aspetto comunicativo. Il diplomatico è, infatti, colui che si mostra capace di portare ambascerie e convincere le autorità degli altri Stati. L’ambasciatore doveva pertanto essere un bravo oratore, ma anche un affidabile osservatore con un’adeguata capacità di giudizio. Con la nascita dell’Impero romano la diplomazia si sviluppa ampiamente, alimentata dalla necessità di mantenere i contatti con un gran numero di Stati sovrani.

Questi primi ambasciatori, romani o greci e, lungo la Via della Seta, cinesi, erano perlopiù semplici messaggeri (nuntium), di cui si servirà anche la diplomazia pontificia, che non potevano prendere iniziative e, una volta compiuta la missione, tornavano subito indietro con la risposta. Sebbene, durante l’Impero romano è il latino a diventare la lingua diplomatica per eccellenza, e poi anche nel Medio Evo, perché parlata da tutti i popoli che facevano parte dell’Impero. Sostituito, poi nell’Ottocento dal francese, utilizzato per secoli nei rapporti internazionali sia per la redazione di trattati diplomatici che di accordi commerciali, tanto che la sua conoscenza risultava imprescindibile per poter far parte della classe dirigente dell’epoca. Per poi arrivare alla fase attuale, iniziata durante la Seconda Guerra Mondiale, con l’alleanza tra i paesi dell’Impero britannico e gli Stati Uniti d’America, in cui è l’inglese a costituire lo strumento principale nella comunicazione diplomatica, e non solo.

Durante il Medioevo la diplomazia fu soprattutto questione di studio dei documenti conservati negli archivi reali, i quali riportavano per iscritto accordi con comunità straniere. Del resto, la stessa parola “diplomazia” deriva da questo. Ai tempi dell’impero romano i documenti imperiali, come i lasciapassare ed i permessi di transito, erano applicati su piastre metalliche doppie, piegate e cucite, e venivano chiamati diplomas. Successivamente tutti i documenti ufficiali, che conferivano privilegi o statuivano accordi, non necessariamente applicati su metallo, furono chiamati diplomas, e l’enorme produzione fece nascere la figura dell’archivista e decifratore di questi documenti. La conoscenza di tali archivi, necessaria per la gestione della politica estera, rese il “cancelliere” una delle massime autorità in materia. Prova ne è il fatto che tuttora, conoscere il diritto internazionale pattizio è uno degli aspetti più importanti della formazione di qualunque diplomatico.

Per il primo utilizzo del termine diplomazia bisogna risale alla fine del Settecento, quando in Inghilterra il filosofo inglese Edmund Burke inizia a utilizzarla per descrivere “l’insieme delle procedure politico-istituzionali mediante le quali gli Stati intrattengono relazioni reciproche”. Anche se, è solo a partire dal 1815, dopo il Congresso di Vienna, che il servizio diplomatico diventa una vera e propria professione distinta da quella del politico, acquistando così valore giuridico con proprie norme e prescrizioni.

In Italia, l’arte della diplomazia cresce e si sviluppa soprattutto nei Principati, tra il Quattrocento ed il Cinquecento. Una delle prime missioni diplomatiche è stata quella di Francesco Sforza, duca di Milano, a Genova nel 1455. Cinque anni più tardi anche il duca di Savoia inviava il suo primo ambasciatore permanente, l’arcidiacono di Vercelli Eusebio Margaria, a Roma dal pontefice. È in questo periodo che fiorisce un nuovo tipo di diplomatico, colto ma anche spregiudicato ed astuto, doti necessarie per districarsi tra i mille intrighi di quei tempi e salvaguardare gli equilibri di potere. Una delle caratteristiche distintive della diplomazia italiana di quei tempi era l’autorevolezza di alcuni suoi esponenti, della statura di Dante, Boccaccio e Petrarca, ma anche di Guicciardini e Machiavelli. Quest’ultimo, considerato uno dei padri della moderna scienza politica, era noto per aver sviluppato una concezione del diplomatico profondamente condizionata dall’aspro contesto storicopolitico dell’Italia dell’epoca. Nell’arte della diplomazia italiana si distinsero la Firenze di Lorenzo il Magnifico, e Venezia. La diplomazia veneta era famosa per l’acume e il coltivato senso politico dei suoi diplomatici residenti. Il Senato veneziano aveva costruito una precisa struttura formale della diplomazia, fissando le modalità comportamentali, la periodicità dei rapporti da inviare, la loro parziale cifratura. Grazie anche ai suoi mercanti, Venezia riuscì a garantirsi preziose informazioni per almeno due secoli, inviando ambasciatori in tutto il mondo, per stringere accordi commerciali e tessere alleanze. Lo testimoniano le “Relazioni” che venivano inviate al Gran Consiglio, costituendo ancora oggi una preziosa fonte storica.

Tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, il filosofo olandese Ugo Grozio, profondamente sconvolto dal conflitto che si stava combattendo a quei tempi, la guerra dei trent’anni, scrive un’opera De iure belli ac pacis, incentrata sul modo di regolare le condotte degli Stati nei loro reciproci rapporti. Un lavoro che diventerà il suo capolavoro, segnando altresì la nascita del diritto internazionale, strumento indispensabile per il lavoro del diplomatico.

Nel corso dei secoli successivi, la carriera diplomatica acquisisce maggiore prestigio sociale, e gli ambasciatori da meri fiduciari incaricati dal sovrano, diventano veri professionisti formati attraverso un preciso percorso di studi. Lo testimonia il fatto che agli inizi dell’Ottocento gli Stati europei, sempre più consapevoli dell’importanza di stabilire relazioni reciproche permanenti, decidono di istituire una sorta di ordine dei diplomatici con regole, gergo, luoghi e strumenti uguali per tutti.

Nel Novecento, complici i due grandi conflitti mondiali, si registra un cambio di prospettiva. Se, infatti, in passato le trattative più delicate erano segrete, riservate ai pochi soggetti e condotte in luoghi appartati.

A partire dalla Conferenza di Pace di Parigi tenutasi nel 1919, si inaugura un nuovo corso denominato Diplomacy by Conference. È così che il dogma della segretezza lascia spazio ad un nuovo metodo diplomatico, quello delle riunioni aperte, in cui le organizzazioni internazionali discutono anche con osservatori esterni, come giornalisti o politologi.  In Italia, durante la seconda guerra mondiale, sebbene Mussolini disprezzasse la classe diplomatica perché legata al potere liberale, opponendosi fermamente al suo rinnovamento. Alla fine però non poté fare a meno di comprendere l’utilità che i diplomatici potevano avere per i suoi progetti politici e, d’altro canto diplomatici accolsero l’avvento del Fascismo come un’occasione per accrescere il prestigio internazionale dell’Italia.

Con il tramonto anche del secondo conflitto, l’approccio diplomatico subisce un ulteriore mutamento, perché fa la sua comparsa la diplomazia multilaterale grazie alla nascita di diverse organizzazioni internazionali all’interno delle quali la maggiore parte degli Stati inserisce un suo rappresentante. Ma, è nel 1961,  con la Convenzione di Vienna  sulle relazioni diplomatiche, che vengono finalmente definite regole condivise in materia di relazioni internazionali. Da allora, l’arte della pace ha assunto nuove vesti e trovato nuovi modi per esprimersi, grazie anche ad abili tessitori, come Henry Kissinger, autore di un saggio di eccezionale ampiezza e profondità sulla diplomazia, decretando la sacralità di quest’arte e dei suoi ambasciatori di pace.

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