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Cravatta, tutti i nodi (al collo) di un simbolo

Amata e odiata, obbligatoria e facoltativa: la storia della cravatta resta un segno di eleganza e rispetto con ancora un grande futuro


Un giro di collo e il gioco è fatto. È la cravatta, molto più di un semplice accessorio. Basta entrare nelle pieghe di certe narrazioni per accorgersi che sono i dettagli a fare le differenze. E non è solo una faccenda di moda e costume. La storia della cravatta insegna. Quel piccolo lembo di stoffa svicola nella politica e nei cerimoniali di Stato. Entra nei luoghi di potere e nei palazzi di governo. È cristallizzato nelle fotografie dei giorni felici o tristi delle vite di tutti. Finisce nella parlata comune come nel caso del romanesco “cravattaro” con cui si indica l’usuraio che senza pietà strozza al cappio dei debiti e degli interessi i malcapitati che a lui si rivolgono per bisogno. La narrazione si nutre di scambi di parole, usi e maniere tra culture diverse. Fa la sua comparsa nella letteratura, nell’arte e nell’attualità. Non metterla diventa un no alle convenzioni e al conformismo praticato da figli dei fiori e affini, dai loro avi e dai loro discendenti. Indossarla può segnare il confine o il superamento delle differenze di genere.

La cravatta: simbolo di eleganza, solennità e rispetto, sembra avere ancora lunga vita davanti. Certo è che di secoli alle spalle ne ha tanti.

Basta la parola per aprire lo scrigno del tempo. Si arriva dritti dritti alla sanguinosa guerra dei Trent’anni (1618-1648) che mise a ferro e fuoco l’Europa centrale. Andò più o meno così. I mercenari della frontiera militare croata in servizio in Francia, indossavano i loro tradizionali piccoli fazzoletti di stoffa annodati al collo. La cosa non passò inosservata e come spesso accade quando si incontrano etnie diverse, l’idea venne presa in prestito. Questa volta dai parigini, catturati da quel dettaglio in uso ai mercenari croati. Un giro di collo che non era ancora una cravatta. La lingua con i suoi fonemi poi ci mette lo zampino. Il nome da dare è a portata di pronuncia. La parola “croati”, hrvati, suona in francese croates. Fu così che quel lembo di stoffa fu chiamato cravatta (cravate in francese). E con quel nome fece il giro del mondo attraversando i secoli. Toccò al re Sole dare solennità a quell’accessorio che arrivava dalla Croazia. Fu Luigi XIV a indossare una ricercata e preziosa cravatta di pizzo sul modello di quella che tanto aveva colpito i parigini alla frontiera. Siamo intorno al 1646, il futuro re aveva solo sette anni e già dettava le regole. Assolutista nei modi e nelle maniere, nel tempo fece di quel prototipo di cravatta, un dettaglio di moda per la nobiltà francese. Istituì pure la carica del “cravattaio ”, affidata di solito al sarto di corte. Ogni mattina, costui aveva il compito di porgere a sua maestà un vassoio pieno di cravatte abbellite con nastri colorati e di annodare la prescelta in modo impeccabile al collo del sovrano. Da lì in avanti la cravatta infiocchettata divenne una vera e propria mania in tutta Europa: uomini e donne d’alto rango portavano intorno al collo strisce di tessuto o pettorine, secondo i gusti. Ci pensarono poi i muscadins – il termine questa volta deriva dall’italiano moscardino, una pastiglia commestibile profumata al muschio – a fare della cravatta un accessorio in uso alla piccola borghesia francese. I moscardini che per snobismo parlavano senza pronunciare la r (perché prima lettera della parola rivoluzione), in scherno ai giacobini indossavano cappelli a falde larghe, grandi cravatte e calze di seta.

Nella narrazione ci finisce pure un episodio che segna un altro passo in avanti verso la foggia moderna della cravatta.

Siamo nell’agosto del 1692. Durante la battaglia di Steenkerque i nobili ufficiali dopo essersi vestiti in fretta e furia per la battaglia, avvolsero intorno al collo una cravatta di tessuto legata alle sue estremità il cui nodo veniva fatto passare attraverso l’occhiello della giacca. Queste cravatte inventate nella concitazione del richiamo alle armi, vennero chiamate Steinkirk o Steenkerque.

Passano gli anni e arriviamo al 1827. A Parigi viene pubblicato “L’Art de se mettere la Cravatte”: è il primo manuale pratico dedicato all’arte del nodo. Pubblicato sotto pseudonimo in Italia, Francia e Inghilterra. Si è spesso detto che dietro l’autore ignoto si celasse lo scrittore Honoré de Balzac. All’autore de La commedia umana viene attribuita una frase che la dice lunga: «La cravatta, è l’uomo; è attraverso di essa che l’uomo si rivela e manifesta. Per conoscere un uomo, è sufficiente un colpo d’occhio su questa parte di lui che unisce la testa al petto».

Francesi a parte, dell’origine croata della cravatta resta ancora una data: il 18 ottobre in Croazia si festeggia la Giornata internazionale della cravatta. Vale anche per altre città come Dublino, Tubinga, Como, Tokyo, Sydney e non son tutte.

La Storia, però, ha i suoi giri a sorpresa. E se di antenati si parla prima ancora del fazzoletto croato, spunta un prototipo che viene fatto risalire ai legionari romani. La prova? Nella magnifica colonna di Traiano a Roma. Sono diverse le pubblicazioni che la citano come esempio di raffigurazione del primo antesignano di questo accessorio. Certo, quello che indossavano i legionari romani all’inizio del II secolo d.C. ricorda da lontano l’odierna cravatta. Si trattava di un semplice pezzo di stoffa avvolto intorno al collo che serviva per lenire il fastidio del sudore o della polvere durante i combattimenti. Il suo nome era focale (da faucase, ossia fauces “gola”) o sudarium e viene citato pure da Orazio.

Con un salto quantico nel tempo, bisogna arrivare nella New York del 1926 quando a Jesse Langsdorf viene in mente di tagliare il tessuto in diagonale e confezionarlo in tre parti. È lui ad essere indicato come il padre della cravatta moderna.

Lungo il cammino i protagonisti di questa storia – anche l’ Italia fa la sua parte con Napoli e le sette pieghe e Como per le sete tra le capitali d’elezione – sono tanti. Diverse altresì le letture che se ne possono fare. Davanti allo specchio, ad esempio, il maschile e il femminile con la cravatta si scambiano le parti. Un gioco che può diventare serio e fa di conto con una parola che seppure declinata al femminile nasce per l’armadio maschile. Non sempre, però.

Amedeo Modigliani, nel 1917 dipinge La donna con la cravatta nera. La protagonista dall’aria malinconica indossa una camicia bianca dal taglio maschile e una cravatta nera ed entra nella Storia dell’arte.

E c’è chi ricorda la cravatta alla lavallière: fiocco largo e morbido da annodare attorno al collo destinato alle donne. Si tratta di un nastro in mussola ispirato al cravattino reso popolare dalla duchessa Louise de La Vallière, la grande favorita di Luigi XIV (sempre lui). La nobildonna trasformò l’accessorio da uomo in una versione femminile. La cravatta, però, conserva un fascino androgino. Scelto ancora oggi da icone dell’eleganza come Isabella Rossellini che, qualche settimana fa, ne ha indossata una in televisione, ospite di Francesca Fagnani a Belve.

Ma cosa si cela dietro la cravatta di una donna? Nel tempo l’utilizzo ha assunto più significati: vanità, potere e autorità. Autonomia, ma anche rivendicazioni di ruoli. Insomma, così come il rossetto delle suffragette era un simbolo politico di ribellione e autodeterminazione, anche la cravatta si presta alla costruzione di un’immagine autorevole e l’aggiunta di un pizzico di ironia e seduzione non guasta.

L’autorevolezza che questo accessorio porta con sé la si ritrova nei luoghi dove indossarla è un obbligo. Tra fatti e leggende si scavallano i secoli e la cravatta arriva nei Palazzi di governo.

In Italia, al Quirinale non c’è un obbligo generale ma è richiesta in eventi formali e istituzionali; al Senato, invece, per gli uomini è obbligatoria. Alla Camera è consigliabile. Nel 2023 è stata fatta una proposta di legge per introdurre l’obbligo anche a Montecitorio poi modulata in una richiesta di abbigliamento “dignitoso e decoroso”.

A proposito di potere e leader politici a rispolverare la cravatta rossa ci ha pensato Donal Trump che la indossa di frequente, giorno del suo insediamento incluso. La cravatta rossa con lui finisce sulle prime pagine e sugli schermi di tutto il mondo. E per la serie una cravatta rossa non passa inosservata neanche a volerlo, c’è chi ricorda come i primissimi esempi di cravatte rosse usate come simbolo di potere risalgono ai tempi di Qin Shi Huang. Secondo questa versione, l’imperatore cinese commissionò la costruzione della Grande Muraglia e la realizzazione di un esercito composto da circa 8000 soldati di terracotta. Questi lo avrebbero accompagnato nel suo viaggio verso l’Aldilà, una volta morto. Secondo alcuni, i guerrieri erano dipinti con cravatte rosse simili a bandane. Sarà proprio così? Poco importa, la suggestione narrativa c’è tutta.

Un capitolo a sé lo scrive la cravatta regimental. Nata in Gran Bretagna, a righe diagonali in origine indicava quelle indossate dai militari britannici. I colori cambiavano a seconda del reggimento di appartenenza.

In materia di cravatta anche i nodi hanno la loro importanza e la loro storia. L’arte del nodo conduce a personaggi celebri e di potere di cui a volte ne portano il nome. Per dirla con l’ Oscar Wilde di Una donna senza importanza: «Una cravatta ben annodata è il primo passo serio nella vita». L’avranno pensata così anche il duca di Windsor e l’armatore Aristotele Onassis a cui sono legati due dei modi più noti di annodarla.

Il primo. Il nodo Windsor – detto anche nodo Scappino o nodo Bellottino, Windsor pieno o doppio Windsor (per distinguerlo dal mezzo Windsor) – lega il suo nome a Edoardo VIII che lo rese famoso negli anni Trenta. C’è un però. Al contrario di quel che si può pensare, il celebre duca non inventò questo nodo voluminoso che porta il suo nome. La paternità viene attribuita all’italiano Domenico Scappino: imprenditore piemontese, fornitore ufficiale di Casa Savoia e fondatore della omonima casa di moda.

Il secondo. Onassis finì nelle cronache mondane non solo per il sofferto legame con Maria Callas e il matrimonio patinato con Jacqueline Kennedy ma anche per l’omonimo nodo. Ideato negli anni Sessanta dall’armatore greco si caratterizza perché la parte larga della cravatta non viene fatta passare nel nodo, ma viene lasciata libera come una sciarpa.

Ma al di là della tecnica, c’è qualcosa di più. Come nella vita ogni nodo, prima o poi, riaffiora reclamando verità rimaste in silenzio così anche le cravatte e il modo di annodarle possono essere sentinelle di certi mutamenti di usi, costumi e non solo. Entrate nella Storia dalla porta principale o da una finestra socchiusa, possono raccontare chi siamo stati, chi siamo o chi vorremmo essere. Accade anche quando si sceglie di non indossarle!

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