La Knesset approva in prima lettura la proposta di Itamar Ben Gvir per reintrodurre la pena di morte. Crosetto: «Carabinieri sì, ma fuori da Gaza».
È stata una scena dal gusto di un ossimoro: da un lato, il sapore dolce dei pasticcini distribuiti ai parlamentari della Knesset da Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, dall’altro l’amaro in bocca lasciato dal voto favorevole del parlamento israeliano alla controversa proposta del politico di Tel Aviv per reintrodurre la pena di morte.
«Potere Ebraico (Otzma Yehudit in ebraico, di cui Ben Gvir è leader) è sulla buona strada per fare la storia», ha scritto su X il ministro, postando il video.
Oggi la controversa proposta è stata approvata in prima lettura con 39 voti a favore e 16 contrari. Il disegno di legge prevede la pena di morte per coloro che uccidono israeliani per motivi di «razzismo» e «con lo scopo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra». Attualmente l’ordinamento israeliano contempla la pena capitale ma soltanto per i reati di alto tradimento e crimini contro l’umanità.
Dal 1948 a oggi una sola persona è state effettivamente condannata a morte e giustiziata, vale a dire – nel 1962 – il famigerato criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, rapito in Sudamerica dai servizi segreti israeliani e impiccato a Tel Aviv.
עוצמה יהודית בדרך לעשות היסטוריה pic.twitter.com/w0aMiWC742
— איתמר בן גביר (@itamarbengvir) November 10, 2025

Destra divisa e strategia di Netanyahu
Proprio l’equiparazione tra i nemici di Israele e il nazismo è stata, del resto, la principale arma retorica su cui l’estrema destra ha costruito la sua proposta di legge. Il suo carattere controverso è stato dimostrato anche dalle maggioranze variabili che si sono generate alla Knesset al momento della discussione: mentre una parte dell’opposizione (come, per esempio, il partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu) ha votato a favore della reintroduzione della pena capitale, una parte della destra tradizionalista religiosa si è espressa sorprendentemente contro.
Una scelta che ha poco a che vedere con le preoccupazioni per i diritti umani dei detenuti palestinesi, ma molto con la realpolitik: la ragione principale, infatti, per cui fino ad oggi processare e giustiziare i combattenti palestinesi catturati (anche quelli responsabili di terrorismo) era considerato un tabù era dovuto al fatto che la prigionia fosse considerata un forte incentivo per i guerriglieri palestinesi a risparmiare la vita degli israeliani, al fine di utilizzarli come ostaggi per futuri scambi.
Oggi invece l’Israele di Netanyahu sembra deciso ad impedire che in futuro qualcosa come il lungo braccio di ferro sugli ostaggi che ha caratterizzato la guerra a Gaza possa ripetersi: condannando a morte i prigionieri palestinesi, si incoraggia infatti i gruppi paramilitari palestinesi a giustiziare i cittadini israeliani catturati. Una mossa, insomma, che contribuisce ad allontanare dalla regione una pace già resa sempre più fragile dall’evoluzione degli eventi.
Il piano Trump e la linea italiana
Come riporta infatti Reuters citando decine di fonti diplomatiche europee e americane, i negoziati sulla Fase 2 del cosiddetto Piano Trump sembrano essere giunti a un punto morto, col rischio che il cessate il fuoco provvisorio (e la conseguente spartizione della Striscia in due tra zone governate da Hamas e aree sotto occupazione militare israeliana) diventi di default una soluzione definitiva. Israele resiste con testardo ostruzionismo alle ipotesi finora circolate di dispiegare una forza di pace internazionale nella Striscia, in particolare per i dubbi sui Paesi che dovrebbero prendervi parte (soprattutto musulmani).
Hamas, nel frattempo, rifiuta qualunque ipotesi di disarmo fintanto che l’intera Striscia non verrà restituita interamente a un governo palestinese. Tra i partner internazionale invece crescono i dubbi sulla possibilità che gli eventuali Caschi blu si ritrovino a dover compiere loro il disarmo più o meno forzato di Hamas: alcuni Paesi, tra cui Emitari Arabi e Italia, hanno espresso la loro contrarietà a utilizzare i propri uomini in operazioni di questo tipo mentre le nazioni disponibili (come la Turchia) sono inaccettabili per Israele.
La base americana a Gaza
Forse anche per cambiare questa percezione, secondo indiscrezioni raccolte dai media israeliani gli Stati Uniti starebbero pianificando di costruire una base militare a Gaza, al confine tra la Striscia e il territorio israeliano.
La struttura, che dovrebbe costare mezzo miliardo di dollari, ospiterebbe le forze internazionali di pace e appare un tentativo di mostrare l’impegno di Washington a garantire il successo dello schema negoziato da Donald Trump a Sharm el-Sheikh nelle scorse settimane. Una prospettiva, tuttavia, che pare allontanarsi ogni giorno che passa.
PER APPROFONDIRE:
Crosetto: «Carabinieri sì ma fuori da Gaza»
Su tale tema è intervenuto anche il ministro della Difesa Guido Crosetto: «C’è un limite che non dobbiamo superare ed è la sicurezza dei nostri carabinieri. Siamo disponibili a fornire carabinieri per addestrare le future forze di sicurezza palestinesi perché qualcuno dovrà mantenere l’ordine quando tutto sarà finito. Non lo faremo a Gaza né a Rafah ma in un luogo fuori dalla Striscia per garantire la sicurezza dei nostri carabinieri», ha spiegato il titolare di via XX settembre a margine della presentazione del calendario dell’Arma dei carabinieri.
Crosseto ha precisato così le regole di ingaggio che dovrebbero riguardare il personale che nelle scorse settimane Roma ha offerto come parte del dispositivo internazionale di stabilizzazione per Gaza.
«La cosa bella è che sia gli israeliani, che i palestinesi ma anche i Paesi arabi e quelli occidentali chiedono i carabinieri, non la gendarmeria francese», ha poi aggiunto il ministro sottolineando così l’opinione positiva di cui gode l’Italia in Medioriente, anche rispetto ad altri partner occidentali.






















