Sul fronte ucraino si gioca la sopravvivenza del nostro continente, eppure, distratti da altro, non ce ne interessiamo
Se vivessimo in un mondo normale, e non alla rovescia, oggi tutti gli occhi sarebbero puntati su Pokrovsk, dove si combatte per fare l’Ucraina o per morire. Pokrovsk, questa città di minatori e ferrovieri nel martoriato Donbas, è quasi caduta.
Non sappiamo, mentre scriviamo, se è già successo, o se succederà a breve. I russi hanno sfondato parte del perimetro urbano e si combatte casa per casa. Ed è qui, dove la difesa è allo stremo, alle porte del Donetsk – verso Kramatorsk e Sloviansk, considerate il fulcro della difesa di Kiev nell’est e parte di una “cintura di fortezze” – che si misura il valore della parola “resistenza”. Chi difende la città sa di non poter vincere, ma combatte comunque: per trattenere un confine, per impedire la cancellazione di un nome.
PER APPROFONDIRE:
Le narrazioni che ci fanno comodo
L’Ucraina da tre anni è in guerra non per conquistare territori, ma per non cedere a un’usurpazione, per non sparire.
L’Ucraina resiste, e resiste per tutti. Non solo per il proprio territorio, ma per la credibilità dell’idea europea. Se ogni trincea che regge è la difesa di un’idea elementare di dignità politica, ogni città che cade rende più difficile credere che la democrazia sia ancora una forma possibile di civiltà. Eppure questo coraggio, che non può che essere definito eroico, produce disagio, segno evidente di un Occidente minacciato non solo dalle guerre, ma anche dal modo in cui se le fa raccontare.
È un Occidente che si lascia sedurre dalle narrazioni di chi la libertà la disprezza, da chi riscrive le parole, ne muta e distorce il significato, altera la Storia. Così un’opinione pubblica narcotizzata finisce per persuadersi della propaganda di Putin e di Hamas – diverse, ma convergenti – poiché entrambe fanno leva sulla dissoluzione di una distinzione netta tra informazione e menzogna. Si servono dello stesso linguaggio: quello della viralità. L’obiettivo è saturare, sommergere la verità di varianti. È un meccanismo che l’Occidente accetta con disarmante naturalezza.
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Il pacifismo mediatico
Questa mutazione cognitiva ha prodotto un paradosso che è sotto gli occhi di tutti: la nascita di un nuovo tipo di pacifismo, mediatico, algoritmico, che invoca la pace nei termini scelti dagli stessi regimi che la negano. Ripete le loro parole, amplifica i loro numeri.
Un pacifismo, dunque, che non è frutto di riflessione morale, ma di una reazione quasi sempre emotiva e ideologica. Non si spiegherebbe, altrimenti, perché i giovani che sventolano bandiere e cantano slogan di liberazione nelle piazze europee restino così indifferenti alla guerra che li riguarda più da vicino, quella alle porte di casa.



La nuda realtà del fronte ucraino
L’Ucraina non rientra nel loro immaginario politico, non offre l’alibi del vittimismo né la distanza del mito. Per questo Pokrovsk resta ai margini, perché mostra che la libertà è una condizione fragile da difendere, e che difenderla implica una forma di disciplina, di sacrificio, di realtà che la nostra cultura digitale e facilona tende a rimuovere. Nel sistema globale dell’informazione deformata, Pokrovsk rappresenta la lotta che non si presta alla retorica né alla propaganda.
Lì non c’è storytelling, c’è la realtà nuda e cruda, fatta di fango, nebbia, fatica e morte. Ecco perché una generazione cresciuta nel benessere e nell’iperconnessione assiste, distratta, a una guerra che riguarda, in fondo, la propria identità. Credendo di essere informata, continua a vivere immersa in un flusso che dissolve ogni gerarchia tra il vero e il verosimile. Non è più in grado di posizionarsi, né di esercitare quel tipo di discernimento che è il fondamento della politica: la capacità, cioè, di distinguere ciò che è giusto da ciò che è soltanto utile.
Pokrovsk per noi non esiste
Nel paesaggio di dati e di slogan in cui vive, Pokrovsk non esiste. E non esiste, di conseguenza, nemmeno la minaccia che Putin rappresenta per l’Europa. Qualche giorno fa, due droni russi sono entrati nello spazio aereo del Belgio. Giorni prima, altri sono stati segnalati in Polonia e in Danimarca. Il comunicato ufficiale ha parlato di “violazione monitorata”. Che cosa significa questo ossimoro? Che la guerra è arrivata nei cieli dell’Europa, e noi la trattiamo come un’anomalia statistica. Che ci si abitua persino alla minaccia, trasformando l’allarme in abitudine. È la normalizzazione del rischio, esattamente ciò che i test di Putin vogliono misurare, saggiando la soglia della nostra reattività, il grado di anestesia collettiva.
L’Ucraina e le nostre coscienze di europei
La verità, difficile da accettare e per quanto ancor più perturbante, è che la resistenza ucraina è l’ultima forma di pensiero critico rimasta in Europa, oltre a essere un esperimento sulla memoria dell’Occidente. E proprio per questo imbarazza chi, da questa parte, ha smarrito la capacità di credere in qualcosa. Pokrovsk è la nostra linea del Piave, e noi non la guardiamo.
Non sappiamo se sopravviverà. Nemmeno sappiamo se la sua eventuale caduta equivarrebbe all’inizio della perdita del Donbas. Probabilmente no. Diventerebbe solo l’ennesimo proclama trionfalistico di una Russia che ha mandato al macello centinaia di migliaia di suoi soldati per un’“operazione speciale” a tempo indeterminato. Quel che è certo è che siamo sempre più distratti dal rumore delle narrazioni deviate, profondamente sedotti dalla semplificazione, paralizzati dall’equidistanza. Ma in quella città che resiste si gioca la nostra stessa possibilità di restare un continente politico.
Se la resistenza ucraina continua a esistere dentro un mondo che ha smesso di distinguere il vero dal verosimile, la libertà dalla propaganda, qualcosa significa. È una speranza, ed è anche un monito. L’Europa deve ritrovare il coraggio di uno sguardo lucido, oppure la prossima linea del fronte non sarà più nel Donbas, ma dentro le nostre coscienze.


























