Continuano gli sforzi per un cessate il fuoco nella Striscia ma i punti di frizione nelle trattative tra Hamas e Israele restano molti
L’accordo finale tra Hamas e Israele dovrebbe arrivare «durante la settimana». A dirlo è il presidente americano Donald Trump, il quale si è speso molto negli ultimi giorni per fare pressioni su entrambi gli attori in campo e spingerli ad accettare un cessate il fuoco, anche solo per un breve periodo di tempo. Un compito non facile neanche dopo più di venti mesi di guerra logorante che ha provocato danni considerevoli su entrambi i lati del fronte.
Tutti gli ultimi tentativi di far cessare definitivamente la guerra sono infatti falliti e le motivazioni che hanno provocato questi fallimenti sono presenti ancora oggi. Tanto Israele quanto Hamas, del resto, continuano ad avanzare richieste che difficilmente possono essere accettate dalla controparte e il tono generale delle negoziazioni, proprio a causa di queste richieste “irricevibili” rimane teso nonostante mesi di incontri.
I grattacapi politici di Netanyahu
Per quanto concerne Israele l’accettazione di un accordo con Hamas comporta rischi importanti tanto di ordine strategico quanto, più banalmente, di ordine politico. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, assediato in patria da una parte dell’opposizione già prima dell’inizio del conflitto, con il passare dei mesi si trova sempre più stretto in una morsa tra le confliggenti visioni sul futuro d’Israele che si sono radicate nel Paese. Da una parte, alcuni dei suoi alleati di governo spingono per continuare il conflitto, intensificare le operazioni nelle aree palestinesi, inclusa la Cisgiordania, e per vari gradi d’integrazione diretta dei territori dell’Autorità Palestinese.
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Dall’altra, quasi tutta l’opposizione, oltre a una fetta importante della società civile, chiede a gran voce la fine della guerra e il ritorno degli ostaggi, sia morti che vivi, ancora nelle mani di Hamas. A far da collante tra questi due schieramenti le Forze Armate ed in particolar modo i riservisti, stremati da mesi di continui richiami e logoranti operazioni di controguerriglia. Per l’Idf la continuazione dello sforzo bellico senza una direzione strategica precisa, vale a dire un obiettivo militarmente conseguibile con i mezzi impiegati sul campo, resta uno dei problemi più gravi delle attuali operazioni nella Striscia e un continuo punto di frizione con la classe politica del Paese.
I punti critici del cessate il fuoco
Qualora dovesse accettare un accordo con Hamas e far cessare le azioni militari a Gaza, dunque, Netanyahu potrebbe avere non pochi problemi a mantenere il controllo sul suo governo e a non perdere la Knesset. Proprio per questo motivo, i termini precisi dell’accordo dovranno essere, almeno in linea di principio, coerenti con l’obiettivo iniziale d’Israele. Vale a dire, nelle parole del primo ministro: «Il rilascio e il ritorno di tutti gli ostaggi, vivi e caduti; la distruzione delle capacità di Hamas; cacciarlo via da lì e per garantire che Gaza non costituisca più una minaccia per Israele».
L’ultimo punto, nello specifico, è uno dei “nodi” che rende i negoziati così difficili. Per Hamas, infatti, l’ipotesi di abbandonare la Striscia è ad oggi assolutamente impensabile. Anzi, il gruppo palestinese avanza ormai da tempo proposte diametralmente opposte, che prevedono un ritiro completo e totale d’Israele da Gaza e il ritorno dell’enclave allo status quo precedente il conflitto. Israele però, insiste, nel voler controllare quello che definisce “il perimetro”, una zona cuscinetto di circa 1,5 km di larghezza sul lato palestinese del confine. Una zona che le forze israeliane hanno sgomberato già dai primi giorni dell’offensiva terrestre e in cui Hamas non ha più alcuna presenza.
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La questione degli aiuti
Un altro dei punti critici che continua ad ostacolare il raggiungimento dell’accordo è quello relativo alla distribuzione degli aiuti umanitari alla popolazione della Striscia, un’operazione passata da fine maggio sotto il controllo di americani e israeliani, i quali hanno fatto tutto quanto in loro potere per far sì che Hamas non venisse più coinvolta nel processo di distribuzione.
Questo sviluppo ha significato per l’organizzazione la perdita di buona parte dei fondi che le provenivano dal dirottamento degli aiuti e proprio per questo motivo il ritorno alla gestione internazionale, non americana, delle distribuzioni è ad oggi una delle richieste sostenute con più forza dal gruppo palestinese. Una richiesta verso cui, com’è ovvio, né Israele né gli Stati Uniti sono particolarmente propensi ad andare incontro.
Ritiro delle truppe sul campo, questione degli aiuti e abbandono della Striscia da parte di Hamas, oltre ai calcoli di natura politica interni ad Israele, restano dunque i nodi da sciogliere nell’intricato gioco diplomatico volto a raggiungere un cessate il fuoco e una definitiva conclusione alla lunga guerra in Terra Santa. Ma nessuno di questi nodi, al momento, sembra particolarmente facile da sciogliere e proprio per questo motivo l’impasse si prolunga di giorno in giorno.
Un cessate il fuoco imposto senza risolvere queste problematiche di fondo rischia di essere solo un breve intermezzo prima della ripresa dello scontro. E tanto a Gaza quanto in Israele, a quasi due anni dall’inizio della guerra, ciò che serve è il ritorno alla “normalità” e non solamente una breve pausa prima che ricomincino a cadere le bombe.


















