In Italia ci sono esempi virtuosi. Milano, Roma, Bologna e Bari. Serve però un welfare climatico urbano per le disuguaglianze sociali
Le città italiane d’estate cambiano pelle. Si svuotano a tratti, si accendono di eventi e turismo, ma dietro la vetrina delle sagre e dei concerti c’è una realtà più silenziosa che preme: quella del welfare urbano messo alla prova dalle ondate di calore, dalla solitudine e dalla fragilità crescente delle fasce più vulnerabili. Anziani soli, senzatetto, malati cronici, persone con disabilità: sono loro i più esposti, e spesso i meno visibili, nel paesaggio estivo delle città. Lo stesso paesaggio che è segnato da un andamento climatico che punta agli estremi delle temperature.
Molte amministrazioni locali hanno provato ad attivare piani di emergenza. Le linee guida del Ministero della Salute indicano chiaramente le azioni prioritarie: monitoraggio dei soggetti fragili, potenziamento dei servizi sanitari territoriali, apertura di centri climatizzati, campagne informative. Ma l’applicazione sul territorio è disomogenea. In Italia ci sono esempi virtuosi. Milano ha rafforzato il progetto “Estate Amica“, con operatori sociali e volontari in rete con medici di base, mentre Roma ha attivato numeri verdi per l’assistenza e spazi refrigerati in alcuni spazi “sensibili” schierando 80 squadre tra protezione civile, Croce Rossa italiana pronti a prestare soccorso e distribuire acqua e consigli per comportamenti corretti da adottare. A Bologna, il piano “Caldo 2025” coinvolge farmacie, parrocchie e centri diurni per la segnalazione di persone a rischio.
Più a sud, a Bari, il piano operativo estate, proposto nel 2023 e ad oggi ancora perseguito, coinvolge tanti partner che intervengono laddove si segnalano casi di fragilità, consegnando anche a domicilio le necessità primarie.
Eppure, in molte altre realtà di provincia, i servizi restano a organico ridotto, proprio quando la richiesta aumenta. Non si supera uno “schema emergenziale”: personale sanitario in ferie, centri diurni chiusi e assenza di spazi climatizzati pubblici. Solo il 25% dei comuni dispone di un piano anti-caldo strutturale, spesso limitato a semplici opuscoli informativi. In numerosi centri minori, l’assenza di cooperazione tra Aziende sanitarie locali e servizi sociali riduce l’efficacia delle misure di prevenzione, lasciando scoperte migliaia di persone fragili.
Uno dei nodi più critici resta il funzionamento dei servizi sociali e sanitari nei mesi estivi. Le ferie del personale sanitario e assistenziale si sommano alla carenza strutturale di organico. Le Asl attivano turnazioni e sostituzioni, ma i medici di medicina generale, fondamentali per il monitoraggio domiciliare, sono spesso irreperibili per settimane. I pronto soccorso diventano l’unico approdo, spesso inadeguato, per anziani disidratati o pazienti cronici destabilizzati dal caldo.
Anche i servizi domiciliari subiscono rallentamenti. Le ore di assistenza per i non autosufficienti vengono ridotte o sospese, in assenza di una rete familiare o volontaria capillare. Per chi vive solo – e in Italia sono oltre 4 milioni gli over 65 soli – una settimana d’estate può diventare un rischio sanitario concreto. La sfida è nell’inclusione dei “nuovi invisibili” dell’estate urbana: i quartieri periferici, dove mancano aree verdi e i palazzi trattengono il calore come forni, e dove vivere in un alloggio popolare senza condizionatore può essere insostenibile. Le famiglie in povertà energetica, già costrette a risparmiare sul riscaldamento d’inverno, non possono permettersi nemmeno un ventilatore.
E mentre il dibattito pubblico si concentra su turismo e consumo, poco spazio resta per chi in città ci resta perché non può andarsene. I centri di accoglienza per persone senza dimora diventano luoghi cruciali. Alcune città, come Torino e Napoli, hanno ampliato l’orario di apertura e messo a disposizione bottigliette d’acqua, docce e spazi ombreggiati. Ma sono iniziative spesso legate al volontariato o a fondi straordinari, senza una regia stabile. Il rischio, anche qui, è quello della frammentazione.
E proprio su questo argomento si apre una riflessione più ampia: non basta più un welfare “di emergenza”, servono politiche strutturali. L’adattamento al cambiamento climatico passa anche da qui: dall’investire in case più vivibili, reti territoriali più solide, servizi sanitari accessibili tutto l’anno. Serve una medicina del territorio che funzioni anche ad agosto, una presa in carico della solitudine urbana, una pianificazione che anticipi, invece di inseguire, le crisi. Le città estive sono uno specchio. Ci mostrano cosa funziona e cosa manca, chi viene tutelato e chi resta indietro. E in questo specchio, il diritto alla salute e al benessere non può andare in vacanza.
Occorre costruire un welfare climatico urbano, capace di affrontare le disuguaglianze sociali. Il caldo non è democratico. Colpisce più duramente chi vive ai margini. Non si tratta solo di salute fisica, ma di tenuta del tessuto urbano e sociale. Il sistema di welfare attuale è pensato ancora per un’Italia che non esiste più. Le città sono popolate da milioni di anziani soli, molti dei quali non autosufficienti e privi di reti familiari. In queste condizioni, un’estate afosa può diventare una condanna silenziosa. Accanto a loro, ci sono le nuove fragilità: famiglie monogenitoriali in difficoltà economica, persone con disabilità, lavoratori poveri che vivono in alloggi inadeguati, senza aria condizionata o con bollette impossibili da sostenere. L’obiettivo? Evitare che la solitudine, la fragilità e il caldo diventino una combinazione letale. E trasformare le città, anche d’estate, in luoghi di cura.