16 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Ott, 2025

In cinque punti la road map dell’Italia per il futuro di Gaza

L’Italia rivendica un ruolo di «mediazione speciale» nella regione in nome
di una «proficua interlocuzione» tanto con Israele quanto con i palestinesi

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Cinque punti per il dopo. Dopo la firma, dopo lo scambio prigionieri-ostaggi, dopo che cesseranno le armi e si cominceranno a rimuovere le macerie. Cinque punti dove Italia, diplomazia, forze dell’ordine, settore pubblico e privato, contano di essere «protagonisti». Cinque punti, cinque titoli: governance, disarmo di Hamas, stabilizzazione, ricostruzione, la copertura delle Nazioni Unite.


Antonio Tajani è volato a Parigi ieri pomeriggio per una riunione già convocata e che i bene informati, e i più ottimisti, auspicavano si potesse svolgere «subito prima o subito dopo la firma per la tregua». La Farnesina, come altre cancellerie europee e occidentali, erano state informate nei vari contatti, che «Washington eserciterà la massima pressione per ottenere un risultato entro il prossimo fine settimana». Cioè questo. E così è, per come stanno andando le cose. A Parigi si sono incontrati i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Germania e Regno Unito (il format E4), con loro anche il cosiddetto Quintetto arabo (Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar), Kaja Kallas per l’Unione europea. Da ultimo sono stati aggiunti anche Spagna, Canada, Turchia e Indonesia. Gli Stati Uniti sono presenti con il sottosegretario di Stato Marc Rubio.

Una riunione di altissimo livello riunita mentre a Sharm, in Egitto, si definiscono le firme e a Tel Aviv il governo Netanyahu procede, in qualche modo, alla ratifica dell’accordo già firmato da Hamas. Il mondo può diventare “piccolo” e anche molto veloce nel risolvere le crisi quando dopo anni e mesi di tentativi comanda la buona volontà.
A questo tavolo ieri Tajani è arrivato con una cartellina spessa, piena di fogli e link. Sul tavolo ha messo la disponibilità del governo italiano su cinque direttrici: 1) la governance di Gaza; 2) disarmo di Hamas; 3) stabilizzazione della Striscia; 4) ricostruzione; 5) ruolo dell’Onu. La Farnesina rivendica all’Italia un «ruolo di mediazione speciale nella regione essendo tra i pochi attori in grado di mantenere una proficua interlocuzione tanto con Israele che con l’Autorità Palestinese». Il vecchio doppio binario di memoria andreottiana, la storia che «parliamo con tutti anche a costo di qualche compromesso». Tutto questo però fa sì che la premier Meloni rivendica per sé un posto nel Board of peace, il governo ad interim previsto dal Piano Trump.

L’Italia si candida anche al processo di “Disarmament, Demobilization and Reintegration” (DDR), cioè il disarmo di Hamas, «per favorire il disarmo volontario e contrastare la radicalizzazione». Come? Inviando uomini addestrati per questo e noi abbiamo l’eccellenza, confermata da decenni di azioni di peace enforcing oltre che keeping, nell’arma dei Carabinieri. Stesso discorso per la fase di Stabilizzazione: il governo candida i nostri carabinieri, ma anche altre forze armate, a «prendere parte alla prevista ISF, la Forza Internazionale di Stabilizzazione». Lo facciamo già in Palestina dove diamo sostegno alle Forze di sicurezza palestinesi nell’ambito di tre missioni internazionali, la MIADIT e alla Eubam Rafah e Eupol Copps in ambito europeo.


Pur consapevoli di correre un po’ troppo, i ministri riuniti hanno messo sul tavolo anche il capitolo ricostruzione. L’Egitto terrà una conferenza specifica (dove sarà utile seguire nei dettagli) «tre settimane dopo il cessate il fuoco». L’Italia porta, in questo capitolo, l’esperienza Ucraina (un altro conflitto dove si parla di ricostruzione senza ancora la pace) e il modello del Ukraine Recovery Conference. «In un’ottica di partnership pubblico-privato» il governo italiano si offre in prima battuta per «la realizzazione di infrastrutture medico sanitarie». L’Italia farà di tutto, sulla linea degli sforzi in questo senso franco-britannici, per far sì che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu «garantisca dignità giuridica internazionale a tutte le parti del Piano», specie quelle più militari e di polizia. Insomma, il cappello delle Nazioni Unite e un chiaro mandato internazionale che definisca anche regole d’ingaggio e tempi.


Un vasto programma, verrebbe da dire. Che il governo “festeggia” mostrando volti radiosi e passo leggero già dalla mattina quanto tutti arrivano alla Camera per il voto su Almasri e il trumpismo zampilla da tutti i pori. Tajani, intervistato su Rtl, si è lasciato andare persino sul premio Nobel per la pace a Donald Trump: «E perché no – ha ragionato il ministro degli Esteri – sembrava una boutade qualche mese fa, però se raggiunge l’obiettivo di pace tra Israele e Palestina, un titolo di merito ci sta assolutamente». Oddio, andava forse ricordato al vicepremier che Trump sta mandando la Guardia nazionale negli stati dem, da Chicago e Los Angeles con la scusa della violenza urbana. Non un fare da paciere, insomma. Il ministro degli Esteri, forse colui che ha seguito più da vicino i vari step della trattativa (pare che si senta con Rubio due anche tre volte al giorno) non sta nella pelle. Parla di «momento cruciale della storia». Di “primo grande tassello di un lungo processo di stabilizzazione del Medio Oriente», di sforzo condiviso da tutta la comunità internazionale tra cui, anche, «il governo italiano, che grazie alla sua azione umanitaria, all’azione diplomatica da sempre votata al dialogo ha sempre donato una speranza di pace a chi ha sofferto in questi due anni».


Gongola Tajani. E gongola Meloni in tailleur pantalone rosso cardinale. «Sono molto fiera del lavoro silenzioso ma costante che l’Italia ha fatto, per ricordare che la pace si costruisce lavorandoci e non limitandosi a sventolare bandiere», della serie che la punta polemica non manca mai. Anche lei omaggia Trump («lavoro straordinario») e tutti mediatori. Anche la premier indica la strada come se ci fosse già un “dopo” chiaro e definito: «L’Italia è pronta a contribuire alla stabilizzazione, ricostruzione e sviluppo di Gaza».


S’alza un’ode unica dai banchi della maggioranza. «Complici, sì: della pace in Palestina» punzecchia Arianna Meloni. Insomma, c’è la corsa ad intestarsi la pace. Pd e 5 Stelle invitano alla cautela. «Accogliamo positivamente le notizie che vengono dal Medio Oriente. Speriamo in un avanzamento, uno scatto di iniziativa politica anche da parte del governo italiano per troppo tempo inerte e da parte dell’Europa», ha detto Chiara Braga augurandosi che non si debba assistere a tentativi di appropriazione di un risultato o di strumentalizzare un passaggio storico». Ecco, magari conviene andare passo dopo passo.

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